Bagnasco: DICO «inaccettabili e pericolosi»

Dal mondo

Conferenza Episcopale Italiana
CONSIGLIO PERMANENTE
Roma, 26-29 marzo 2007



PAROLE BENEDETTE


“Il disegno di legge DICO è inaccettabile sul piano dei principi, ma anche pericoloso sul piano sociale ed educativo”. Nell’attuale sessione del Consiglio Permanente verrà messa a punto una “Nota pastorale” con la quale i Vescovi diranno, in questo frangente, una parola meditata e impegnativa…

Testo integrale della Prolusione del Presidente CEI, Mons. Angelo Bagnasco

Venerati e cari Confratelli!


1. Muovo oggi, insieme a Voi, i primi passi nel nuovo incarico che il Santo Padre ha voluto inaspettatamente affidarmi: una responsabilità grande che condivido con questo Consiglio Permanente, nel quale faccio oggi – per così dire − il mio secondo ingresso, chiedendo a Voi la benevolenza di accogliermi con la preghiera e l’amicizia. Come ho già avuto modo di dire il 7 marzo, «quando il Papa chiama, si risponde», anche se il carico che viene affidato appare, ad uno sguardo umano, sproporzionato rispetto alle personali risorse. Il di più che manca so di doverlo chiedere al Signore, e di poterlo chiedere anche a voi, per un’opera che è effettivamente comune. Mi sento interpellato, per questo servizio che oggi inizia, ad una fraternità episcopale che non avrà riserve, e sarà totalmente volta a facilitare la comunione tra noi e l’intesa indispensabile al lavoro che attende questo Consiglio. In questo contesto, rinnovo la mia profonda riconoscenza per gli innumerevoli segni di vicinanza e d’augurio che i Confratelli mi hanno inviato, commosso e grato anche a tantissimi sacerdoti e laici che da ogni parte mi hanno espresso fraternità e assicurato preghiera.


2. Il tempo liturgico che stiamo vivendo mirabilmente ci aiuta a sintonizzarci sulle esigenze di quella perenne conversione che a noi Vescovi è richiesta più e prima ancora che agli altri nostri fratelli. “Con più partecipazione – è l’invito del Pontefice, nel suo messaggio per la Quaresima – volgiamo pertanto il nostro sguardo, in questo tempo di penitenza e di preghiera, a Cristo crocifisso che, morendo sul Calvario, ci ha rivelato pienamente l’amore di Dio”. Qui è l’esperienza fontale della nostra fede, questo è ciò che anzitutto noi vogliamo annunciare ai fratelli.


3. Il Papa e la CEI. La mia nomina da parte del Santo Padre, se per un verso sollecita il sentimento della mia vivissima, intima gratitudine per il gesto di totale benevolenza che egli ha avuto per me, per l’altro verso non può non segnalare il particolare legame che unisce la nostra Conferenza con il Successore di Pietro, Vescovo di Roma e Primate d’Italia. Lo Statuto della CEI registra in termini giuridici – parlando di “speciale sintonia” (Preambolo, n. 3) – una realtà che è assai profonda, e sentita anche dal nostro popolo: quella appunto di un attaccamento singolare che unisce le nostre Chiese al Papa. La Provvidenza ha disposto che fossimo i testimoni ravvicinati, e dunque in qualche modo privilegiati, della missione pontificale; che avessimo da godere di una premura assidua e di un magistero particolarmente sollecito proprio nei nostri confronti. È questo forse che spiega l’accorrere inesausto della nostra gente alla sede di Pietro, un affetto così esplicito che non mancò a suo tempo di colpire Giovanni Paolo II (cfr. per tutti gli altri, Discorso all’episcopato italiano del 13 maggio 1993) come oggi colpisce Benedetto XVI. Ed egli non manca di annotarlo (cfr. le parole pronunciate durante l’Udienza generale del 1 giugno 2005). Mentre eleviamo a Dio il ringraziamento più fervido per la genuinità che resiste nel nostro popolo, ci sentiamo impegnati a mantenere vivo e a sviluppare sempre di più il senso della fede che, nonostante difficoltà e fatiche, porta a quel Gesù storico che chiamò a sé gli apostoli per inviarli poi a tutte le genti (cfr. Mt 28,19; Mc 16,15-16; Gv 20,21). E chiamò Pietro per farlo pescatore di uomini (cfr. Lc 5,10; Mc 1,16-17).


Sappiamo peraltro che non c’è dono ricevuto che non obblighi ad un impegno commisurato. Questa caratteristica “petrina”, che sempre connota la fede cattolica e che dà una vivacità speciale alla fede della nostra gente, ci impegna ad una testimonianza missionaria davvero plenaria, a cominciare dalla vita quotidiana delle nostre parrocchie.


4. Sono in pieno svolgimento le visite ad limina dei Vescovi italiani. Noi stessi e le nostre Conferenze episcopali regionali o siamo già venuti a Roma o stiamo per recarci. Alla conclusione, com’è noto, e proprio in occasione dell’Assemblea generale di maggio, il Santo Padre suggellerà il nostro pellegrinaggio con un discorso che abbraccerà l’insieme delle situazioni da noi Vescovi presentate e ci donerà gli indirizzi attesi. Intanto, possiamo confidarci la consolazione che sono gli incontri personali col Santo Padre, il suo ascolto e la sua premura per ciascun Vescovo e ciascuna Chiesa. La delicatezza che egli offre ai suoi interlocutori è per noi una vera scuola. Le parole che egli pronuncia ai gruppi regionali di Vescovi presenti alle udienze del mercoledì sono un condensato di sapienza che illumina i nostri passi. Il Papa ci è particolarmente vicino, e noi siamo con lui una sola voce e un solo cuore.


5. La CEI, struttura di servizio. Mi pare importante soffermarmi, anche solo brevemente, sulla Conferenza episcopale italiana quale essa è, “segno autentico e autorevole di comunione delle Chiese particolari che sono in Italia” (Statuto, Preambolo, n. 3). Noi non ci discosteremo da ciò che lo Statuto dice e richiede. Per quanto mi riguarda sono (anch’io, come il cardinale Ruini) intimamente convinto che il Presidente, il Segretario generale e l’organizzazione centrale della CEI operano tanto più utilmente ed efficacemente quanto più si attengono alla definizione che di questi ruoli è stata data nello Statuto stesso, senza mai eccedere o abbondare rispetto a quella “struttura di servizio” che è stata preziosamente delineata. Il tutto nella logica e nello spirito della comunione e nella precisa consapevolezza della responsabilità inalienabile e dell’autorità propria di ciascun Vescovo per la Chiesa che gli è affidata.


6. Per quanto riguarda l’articolata struttura dei nostri organismi centrali – ai quali esprimo la mia personale gratitudine e stima – oggi possiamo dire che la fase dello sviluppo può ritenersi sostanzialmente compiuta: quella organizzativa, incentrata sulle esigenze eminentemente pastorali oltre che sugli adempimenti previsti dagli Accordi di revisione del Concordato, e l’altra più connessa alla necessità di una presenza pubblica della Chiesa, la quale non può non avere una sua adeguata dimensione nazionale, ruolo che in via principale, anche se certamente non esclusiva, può essere esercitato più efficacemente dal Corpo episcopale. Ebbene, il rispetto rigoroso della funzione dei Vescovi nelle proprie Diocesi, l’esercizio effettivo della responsabilità collegiale nelle scelte che afferiscono al cammino della Conferenza nazionale, la sua articolazione interna e la valorizzazione delle nostre Conferenze episcopali regionali, sono principi e orientamenti che richiedono anche in questa stagione una costante attenzione e una concreta volontà.


7. Desidero annotare come tra i temi più insistentemente raccomandati dalla Santa Sede alle Conferenze episcopali ci sia quello dei rapporti con l’autorità civile. Non è un caso che il motu proprio di Giovanni Paolo II Apostolos suos (21 maggio 1998), nel rilevare che se “è difficile circoscrivere entro un elenco esauriente” i temi che richiedono la cooperazione attraverso le Conferenze episcopali, non si esime tuttavia dal menzionare una serie precisa di questi temi: “la promozione e la tutela della fede e dei costumi, la traduzione dei libri liturgici, la promozione e la formazione delle vocazioni sacerdotali, la messa a punto dei sussidi per la catechesi, la promozione e la tutela delle università cattoliche e di altre istituzioni educative, l’impegno ecumenico, i rapporti con le autorità civili, la difesa della vita umana, della pace, dei diritti umani, anche perché vengano tutelati dalla legislazione civile, la promozione della giustizia sociale, l’uso dei mezzi di comunicazione sociale” (n. 15).


È interessante osservare che, suggerendo anche “di evitare la burocratizzazione degli uffici e delle commissioni” (n. 18), il documento pontificio raccomanda alle Conferenze episcopali non piccole attenzioni pastorali. Tutte indicazioni preziose, che sono criteri per continuare con fiducia e decisione a camminare nel segno della pastoralità, della flessibilità e dell’essenzialità.


8. In questo contesto desidero doverosamente considerare − insieme a Voi − il lavoro compiuto dai singoli Presidenti che si sono succeduti nell’ancor breve arco di vita della nostra Conferenza: dal cardinale Giuseppe Siri, al cardinale Giovanni Urbani, al cardinale Antonio Poma, al cardinale Anastasio Alberto Ballestrero, al cardinale Ugo Poletti, fino all’ultimo e qui presente cardinale Camillo Ruini, Vicario di Sua Santità per la diocesi di Roma. Se da una parte possiamo scorgere il filo di una consolante continuità che lega dall’interno l’opera di questi benemeriti Pastori, dall’altra non possiamo non rilevare il balzo che, anche per oggettive condizioni storiche, la nostra Conferenza ha compiuto durante la presidenza del cardinale Ruini. A lui va il grazie forte, caloroso e convinto di tutti noi. In particolare, so di dovergli una gratitudine speciale per quanto ha dato a me come ad ogni altro confratello Vescovo durante i sedici anni della sua presidenza, per il l’attenzione che da lui abbiamo sempre ricevuto, insieme alla sollecitudine a darci con intelligenza d’amore al nostro popolo. Impossibile contenere in poche parole il carico di lavoro e di iniziative che la CEI ha sviluppato negli ultimi tre lustri; non ci mancheranno le occasioni in cui dovremo farlo proprio per dare continuità all’opera svolta. Fin d’ora però chiediamo all’amato cardinale Ruini di non farci mancare tutto il suo aiuto e tutto il suo consiglio, e di voler tra l’altro continuare a svolgere − con la competenza che gli è propria − quell’opera di animazione culturale che è stato un capitolo non irrilevante di tutta la sua vita sacerdotale e di cui il “Progetto culturale” della CEI è una espressione profetica quanto mai qualificata.


Ci è di conferma e di stimolo quanto il Santo Padre ha dichiarato ai partecipanti al Congresso promosso dalla Commissione degli Episcopati della Comunità Europea lo scorso 24 marzo: “Siate presenti in modo attivo nel dibattito pubblico a livello europeo, consapevoli che esso ormai fa parte integrante di quello nazionale, ed affiancate a tale impegno un’efficace azione culturale”.


All’inizio del mio servizio, conto sull’apporto di tutti e di ciascuno, consapevole dei miei limiti, ma certo della fraterna e responsabile collaborazione di questo autorevole e rappresentativo Consiglio Permanente, e serenamente conscio che tutto è e resta continuamente perfettibile.
A S.E. Mons. Giuseppe Betori rivolgo il ringraziamento di tutti e mio personale: ben conosciamo la sua competente e generosa dedizione a servizio della nostra Conferenza in qualità di Segretario Generale.


9. Un’intenzione profonda ci guida. Nel recente Convegno ecclesiale di Verona, rispetto al quale noi sentiamo di avere una responsabilità fondamentale nel farne conoscere lo spirito e i contenuti, è stato evidenziato con forza il valore della speranza cristiana e della dimensione spirituale. Benedetto XVI ha parlato della speranza cristiana con grande speranza! Cioè con quel senso di fiducia profonda e d’amore, di simpatia e di cordialità che le folle sentono fluire dalla sua persona e dalle sue parole, anche quando queste ricordano la misura alta e impegnativa del Vangelo. In lui vi è lo sguardo della Chiesa verso il mondo, si riflette lo stesso sguardo di Gesù Salvatore. In Cristo, Figlio di Dio fatto uomo, morto e risorto per amore dell’umanità, rinnoviamo la nostra fede di Vescovi, Successori degli Apostoli. In Cristo è il senso della nostra vita, il centro della storia e del cosmo. È questa la lieta notizia, la speranza che sentiamo ardere in noi e che vogliamo annunciare agli uomini d’oggi; è questo il messaggio che da duemila anni attraversa i secoli e risuona per tutta la terra per offrirsi, rispettoso e appassionato, ad ogni cuore. Il Santo Padre ci invita a tenere fermo lo sguardo sul volto di Gesù, ricordando che “la sua risurrezione è stata come un’esplosione di luce, un’esplosione d’amore che scioglie le catene del peccato e della morte”. Sta qui la nostra gioia e la nostra speranza. Al di fuori di questo tutto si scolora, perde di significato, diventa senza prospettiva: come per Pietro sulle acque tempestose del mare nel cuore della notte, tutto diventa solo difficoltà e tenebra.


Il forte discorso del Papa riprende e rilancia il cuore della sua prima Enciclica: infatti “la cifra di questo mistero (la Pasqua di morte e risurrezione) è l’amore e soltanto la logica dell’amore”. Anche l’Esortazione apostolica post-sinodale Sacramentum Caritatis, che Benedetto XVI ha appena donato alla Chiesa universale, riprende e sviluppa il tema dell’Amore che è Dio, che si è rivelato e offerto in Gesù di Nazaret, e che permane nel sacramento dell’altare. Come afferma il Concilio Vaticano II “nella Santissima Eucaristia è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo nostra pasqua e Pane vivo” (Presbiterorum Ordinis, n. 5). E il Papa ricorda non solo che “grazie all’Eucaristia la Chiesa rinasce sempre di nuovo” (Sacramentum Caritatis, n. 6), ma anche che “ogni grande riforma è legata, in qualche modo, alla riscoperta della fede nella presenza eucaristica del Signore in mezzo al suo popolo” (ibid.).


La ricchezza dottrinale, spirituale e pastorale dell’Esortazione ci indica la strada di una spiritualità e di una pastorale eucaristiche, cioè fortemente centrate sulla divina Eucaristia che ne è fonte e culmine, nonché sostegno sempre vivo: “prima di ogni attività e di ogni nostro programma – diceva ancora il Papa a Verona − deve esserci l’adorazione che ci rende davvero liberi e ci dà i criteri per il nostro agire”.


10. Nell’intervento conclusivo del Convegno di Verona, il cardinale Camillo Ruini ha ripreso l’esortazione del Santo Padre a proposito dell’adorazione: “Abbiamo a che fare qui con quello che è il vero ‘fondamentale’ del nostro essere cristiani. (…) Il mistero cristiano, vissuto nella pienezza delle sue dimensioni di amore gratuito e sovrabbondante, (…) è infatti l’unica realtà che possiamo davvero proporre come quel grande ‘sì’ a cui si è riferito anche ieri Benedetto XVI, che salva e che apre al futuro, anche all’interno della storia. (…) Da questa assemblea sale dunque un’umile preghiera, che implica anche un sincero proposito, affinché il primato di Dio sia il più possibile ‘visibile’ e ‘palpabile’ nell’esistenza concreta e quotidiana delle nostre persone e delle nostre comunità”. Cari Confratelli, è questa la missione della Chiesa, lo scopo del suo esserci e il suo unico desiderio: l’annuncio della speranza che è Cristo. Egli, infatti, “rivelando il mistero del Padre e del suo amore, svela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione” (Gaudium et Spes, n. 22). Per questo la fede è gioia e la vita cristiana, proprio perché alta ed esigente, è gioia. Generare le persone alla vera gioia, esprime in modo eminente la maternità della Chiesa.


11. La Chiesa è “madre” perché genera gli uomini alla vita della grazia, all’amicizia con Dio attraverso la Parola e i Sacramenti, segni efficaci dell’amore e della misericordia salvifica di Cristo: è madre perché vive accanto alla gente grazie alla dedizione ammirevole dei Sacerdoti, nostri primi e carissimi collaboratori. Essi conoscono e condividono la vita quotidiana e concreta del popolo: gioie e dolori, successi e sconfitte, esperienze di letizia e situazioni di dramma. Per la loro capacità di ascolto e di comprensione, di illuminazione delle coscienze nella fedeltà al Vangelo e al Magistero della Chiesa, di vicinanza e di sostegno diretto, noi Vescovi rinnoviamo la nostra ammirata gratitudine e la stima più affettuosa, insieme al nostro più cordiale incoraggiamento.


Proprio perché “madre”, la Chiesa è anche “maestra”, cioè offre la verità su Dio e sull’uomo. Dice cose che hanno a che fare con la vita. Non si generano gli spiriti se non nell’amore e nella verità; non si formano le coscienze se non nella luce del Vangelo e della Tradizione viva della Chiesa. Solo la luce risplende e illumina. La Chiesa non ha come fine se stessa, ma il bene della persona nell’orizzonte dell’eternità e del tempo. Nel segno del Crocifisso Risorto, essa è alleata dell’uomo.


Il Magistero della Chiesa, pertanto, è servizio all’uomo che vive i vari e complessi ambiti dell’esistenza. Questo irrinunciabile servizio viene offerto a tutti i cattolici con grande fiducia nella forza della grazia. Ma poiché ha a cuore l’umanità intera, la Chiesa a tutti si rivolge cosciente del dono ricevuto per il bene di tutti, riconoscendo cioè di essere “esperta in umanità”, come disse Paolo VI davanti all’Assemblea delle Nazioni Unite (il 4 ottobre 1965). Tale esperienza non è presunzione, ma deriva – oltre che dalla rivelazione del suo Signore e Maestro – anche dal credere alla forza della ragione come capacità del vero, da duemila anni di storia, nonché dall’incontro con la ricchezza di innumerevoli culture. È questo crogiuolo che ha dato origine a quella civiltà umanistica che, nonostante incoerenze ed errori, l’Italia e l’Europa conoscono, e che costituisce il fondo dell’ethos del nostro popolo.


Vogliamo unirci alla voce del Santo Padre e di molti altri, che in occasione del cinquantesimo anniversario dei Trattati di Roma si è levata a ricordare le “radici cristiane” dell’Europa e ad auspicarne fermamente il pubblico riconoscimento.


Nella affascinante e non facile missione di annunciare la gioia cristiana con il contagio della testimonianza, con l’ascolto, in comunione con la Chiesa, con la rispettosa chiarezza dell’annuncio di Cristo e del suo pensiero (cfr. Gaudium et Spes, n. 43) nei vari ambiti di vita e della società, grande e indispensabile è il compito dei laici. Sempre maggiore e formata dovrà essere la loro presenza, secondo quell’indole propria che l’ultimo Concilio ha bene espresso (cfr. Lumen Gentium, n. 31).


Come possiamo, venerati Confratelli, proseguire in questa straordinaria avventura di comunicare la gioia del Vangelo e la piena dignità di ogni uomo, i valori che lo costituiscono, il mistero della vita umana, la bellezza dell’amore e della famiglia, la dura ma decisiva scuola della libertà, la responsabilità educativa, fino all’urgenza della giustizia sociale, della pace, di un ambiente più rispettato e accogliente?


12. Emergente il tema della famiglia. È proprio l’intenzione spirituale e pastorale che ci porta ad evidenziare oggi il tema della famiglia. E a farlo con la serenità e la chiarezza che sono indispensabili. Ci preme segnalare anzitutto che la nostra attenzione verso questo fronte decisivo dell’esperienza umana non è in alcun modo sbilanciata né tanto meno unilaterale. Il mio arrivare ora alla guida della CEI mi induce a testimoniare la preoccupazione per nulla politica, ma eminentemente pastorale che ha mosso ieri e muove oggi i Vescovi su questo tema fondamentale per l’individuo, per la società e il suo futuro.


La famiglia ha bisogno oggi di tutta la premura che la Chiesa − con la sua esperienza e la sua libertà − vi può riversare. Diremo anche noi con Benedetto XVI: “Se ci si dice che la Chiesa non dovrebbe ingerirsi in questi affari, allora noi possiamo solo rispondere: forse che l’uomo non c’interessa? I credenti, in virtù della grande cultura della loro fede, non hanno forse il diritto di pronunciarsi in tutto questo? Non è piuttosto il loro – il nostro – dovere alzare la voce per difendere l’uomo, quella creatura che, proprio nell’unità inseparabile di corpo e anima, è immagine di Dio?” (Discorso alla Curia Romana, 22 dicembre 2006).


13. Noi da sempre annunciamo e serviamo il disegno che il Redentore ha sulla famiglia cristiana e la dinamica sacramentale che vi è connessa, e dunque anzitutto il matrimonio elevato alla dignità di sacramento. È una sensibilità, questa, che il Concilio Vaticano II ha reso particolarmente acuta, tanto da stimolare il nostro episcopato a operare a più riprese delle messe a punto dottrinali e pastorali sul tema dell’evangelizzazione del matrimonio. Nelle settimane scorse, S.E. Mons. Giuseppe Anfossi ha scritto su “Avvenire” (4 marzo 2007) un articolo dalla tesi eloquente: forse che davvero – si chiedeva − abbiamo bisogno di dimostrare quanto si è fatto, e si sta facendo, nelle nostre Diocesi, a favore della famiglia cristianamente intesa? Quante energie sono state impiegate, e quante persone, tra le migliori, si sono mosse nello sforzo di rinnovare l’impegno cristiano in ambito familiare, puntando a rinnovare la cultura stessa della famiglia in Italia? Sappiamo bene che, anche per effetto di una qualificazione della proposta cristiana, il numero dei matrimoni celebrati con rito religioso va contraendosi. I nostri parroci concordano con noi nel voler fare le cose in modo sensato, ma questo rileva la serietà complessiva con cui la comunità cristiana si approccia alla famiglia, riconoscendo anzitutto al matrimonio cristiano il suo primato di grazia e di responsabilità.


14. Sappiamo tuttavia che il matrimonio sacramentale si iscrive nel disegno primigenio del Creatore: “maschio e femmina li creò” (Gn 1,27), disegno che noi siamo parimenti impegnati ad annunciare e servire. È come la scoperta di una spinta vivificante che l’umanità già dall’origine porta dentro la struttura dell’essere e che la anima nella realizzazione fondamentale dell’esistenza umana e nella sua proiezione verso il futuro. “La legge iscritta nella nostra natura – ha detto il Papa ad un recente congresso internazionale promosso dalla Pontificia Università Lateranense (il 12 febbraio 2007) – è la vera garanzia offerta a ciascuno per poter vivere libero e rispettato nella propria dignità”. Il che – continuava − “ha applicazioni molto concrete se si fa riferimento a quell’«intima comunità di vita e d’amore coniugale, fondata dal Creatore e strutturata con leggi proprie» (Gaudium et Spes, n. 48). Il Concilio Vaticano II ha, al riguardo, opportunamente ribadito che l’istituto del matrimonio «ha stabilità per ordinamento divino», e perciò «questo vincolo sacro, in vista del bene sia dei coniugi e della prole che della società, non dipende dall’arbitrio umano» (ibid.). Nessuna legge fatta dagli uomini – concludeva il Papa – può perciò sovvertire la norma scritta dal Creatore senza che la società venga drammaticamente ferita in ciò che costituisce il suo stesso fondamento basilare”.


15. C’è, venerati Confratelli, una prova più convincente circa il nostro dovere di parlare del matrimonio come invalicabile bene dato agli uomini per la loro felicità e per il loro futuro? Come può l’insistente parlare del Papa e dei Vescovi a questo riguardo essere interpretato come un sopruso, o come un’invadenza di campo, o come un gesto indelicato se non spropositato? O addirittura come una ricerca di potere temporale? Se la Chiesa cercasse il potere, basterebbe imboccare la via facile dell’accondiscendenza. È del tutto evidente che quando Benedetto XVI ricorda l’”unicità irripetibile” della famiglia (cfr. Angelus del 4 febbraio 2007), lo fa perché, nonostante la crisi profonda che essa attraversa e le molteplici sfide che essa deve affrontare, tutti si sappia adeguatamente “difenderla”, “aiutarla”, “tutelarla” e “valorizzarla” per il bene concreto, attuale e futuro, dell’umanità. È come se il Papa si facesse vicino a ciascuno, e quasi in un colloquio di amicizia, gli dicesse un segreto prezioso, o la cosa più importante di tutte. Per cui merita essere solleciti affinché le famiglie più esposte non cedano “sotto le pressioni di lobbies capaci di incidere negativamente sui processi legislativi”, come lo stesso Pontefice ha segnalato, ricevendo in udienza i Rappresentanti Pontifici in America Latina (il 17 febbraio 2007).


16. In questa cornice si colloca ciò che è stato detto, dall’interno della comunità ecclesiale, nel corso delle ultime settimane, in riferimento al disegno di legge in materia di “Diritti e doveri delle persone unite in stabili convivenze”. Personalmente posso solo dire che apprezzo quanto da parte cattolica è stato fatto, impegnandomi ad assumerlo e a svilupparlo. Desidero per un verso rilevare la convergente, accorata preoccupazione espressa dai Vescovi su questo disegno legislativo inaccettabile sul piano dei principi, ma anche pericoloso sul piano sociale ed educativo. Per altro verso, registro la preoccupazione che lo stesso provvedimento ha suscitato in seno al nostro laicato, nelle parrocchie come nelle aggregazioni. Mai come su questo fronte così esposto, loro intercettano ciò che il Concilio Vaticano II dice sia a proposito del matrimonio e della famiglia (cfr. Gaudium et Spes, nn. 47-52), sia del dovere della partecipazione per una vita civile più equilibrata e saggia (cfr. Gaudium et Spes, nn. 73-76), consci che la famiglia è un bene della società nel suo insieme, non solo dei cristiani.


17. È noto che proprio dall’interno delle aggregazioni laicali è scaturita l’idea di una manifestazione pubblica per il prossimo 12 maggio, che dia ragione della speranza che è in noi su questo nevralgico bene della vita sociale, quale è la famiglia nata dal matrimonio tra un uomo e una donna e aperta alla generazione e dunque al domani. Si tratterà, dunque, di una “festa della famiglia” come è successo anche in altri Paesi. Come Vescovi non possiamo che apprezzare e incoraggiare questo dinamismo volto al bene comune. Nello stesso tempo, è stata prospettata – com’è pure noto – l’utilità che i Vescovi dicano in questo frangente una parola meditata e impegnativa. Nell’attuale sessione del Consiglio Permanente metteremo a punto una “Nota pastorale” che, ponendosi sulla stessa linea di ciò è stato fatto in passato in altre cruciali evenienze, possa essere di serena, autorevole illuminazione sulle circostanze odierne. Torna illuminante la parola di Benedetto XVI al già citato, recente Congresso: “Appare sempre più indispensabile che l’Europa si guardi da quell’atteggiamento pragmatico, oggi largamente diffuso, che giustifica sistematicamente il compromesso sui valori umani essenziali, come se fosse l’inevitabile accettazione di un presunto male minore” (Roma, 24 marzo 2007).


Cari Confratelli, anche su questo delicato compito a cui siamo tenuti come Pastori, chiedo il contributo della vostra sensibilità e saggezza.


Agli operatori della comunicazione sociale esprimo la mia personale gratitudine e l’apprezzamento per il loro lavoro, chiedendo l’aiuto perché l’opinione pubblica possa essere sempre correttamente informata sul magistero della Chiesa nella sostanziale integralità dei suoi singoli interventi. In questa prospettiva, mi auguro che si voglia dare la giusta rilevanza al comunicato finale di questo Consiglio, in quanto resoconto di un qualificato incontro collegiale della nostra Conferenza.
Sabato scorso, 24 marzo, abbiamo celebrato la XV Giornata di preghiera e di digiuno per i missionari martirizzati in particolare nell’ultimo anno. Sono ben 24, tre dei quali italiani: don Andrea Santoro, mons. Bruno Baldacci, sr. Leonella Sgorbati. Il Signore Gesù ci faccia degni di questi servitori, e dia a tutta la Chiesa di vivere alla loro scuola l’imprescindibile vocazione missionaria.


Con questo spirito, venerati Confratelli, accogliete il mio grazie più fraterno anche per la vostra attenzione di oggi. Insieme a Voi, affido a Maria Santissima, Madre della Chiesa, il nostro servizio, le comunità cristiane e il nostro amato Paese.


+ Angelo Bagnasco
Presidente


CEI