Aumentano le domande di divorzio in Spagna

La cappa ideologica

La formula veloce fa aumentare i divorzi del 76,4%

La Spagna light preda dell’attimo fuggente



Marina Corradi – Da Avvenire.it


A otto mesi dall’introduzione nel codice civile spagnolo del divorzio “veloce”, la Spagna si trova di fronte a un boom di domande di divorzio: più 76,4 per cento nel 2005 rispetto all’anno precedente. Con la nuova legge buona parte dei processi di separazione – calati nello stesso periodo del 32% – sono diventati infatti richiesta di divorzio: bastano tre mesi di “anzianità” di matrimonio, con la riforma Zapatero, per potere ottenere lo scioglimento più rapido dell’Occidente: in tre mesi se i due sono d’accordo, in sei se uno dei due vanamente si oppone. Tempi davvero minimi, e cancellazione soprattutto degli anni della separazione che in quasi tutti gli ordinamenti occidentali sono previsti – appunto – nell’intento di dare modo, eventualmente, a una crisi coniugale di ricomporsi.
L’ondata di richieste fa pensare a un’accoglienza entusiasta degli spagnoli di un matrimonio “usa e getta”, quasi Zapatero fosse venuto incontro a un’ansia corale di vincolo “leggero”, agile nella sua soluzione più di un contratto di affitto, e accessibile anche a coloro che, in tre mesi, non hanno fatto in tempo nemmeno a mettere la targhetta sulla porta di casa. Quasi l’estensione al matrimonio di quei regimi di precariato tanto diffusi ormai nel lavoro: un assumersi in prova e, se non va, ognuno velocemente per la propria strada, senza voltarsi indietro. O, anche, la riprova di un’estensione ai rapporti umani dello stesso consumismo per cui non si ripara più nulla, ma si butta via ciò che è appena incrinato – con una malcelata avversione per l’idea stessa del “riparare”.
Il divorzio alla spagnola dunque – fa pensare quell’onda del 76% – corrisponderebbe appieno all’idea che certa modernità ha dei rapporti fra uomo e donna. L’esaltazione dell'”attimo fuggente”, e il primato assoluto della libertà individuale, che non si vuol assoggettare ad alcuna responsabilità, né tentativo di superare gli ostacoli e continuare a costruire. Disfare invece, e subito, alla prima avversità, quasi con una voluttà di distruggere ciò in cui fino a poco prima si credeva. Se poi, incidentalmente, ci sono di mezzo dei figli, si suppone che saranno anch’essi oggetto di spartizione “rapida”, in un sistema che non ammette esitazioni. D’altronde, in una società in cui bastano tre mesi per divorziare, i figli stessi si sentiranno già precari, sospesi al filo sottile di un matrimonio sempre in bilico. Cresceranno, così, già perfettamente adattati al pensiero dominante.
Ma la “cupio dissolvi” di questa svolta zapateriana non è semplicemente il favore incontrato da una legge condivisa. È lecito pensare che quell’impennata di divorzi possa essere stata incentivata dalla riforma di Zapatero, indotta da una secolarizzazione bruscamente iniettata nel codice civile, e tendente, più che a prendere atto di una società cambiata, a spingerla ulteriormente verso la radicalizzazione dell’individualismo e l’oblio di cos’è un matrimonio, e dunque una famiglia, e a cosa originariamente dovevano servire. Modernizzati da un liberatore che ha saputo sciogliere, come anche con le nozze gay, i vecchi vincoli di certo oscurantismo. Rapidi, verso il nulla. In quella liberazione forzata dalla nostra memoria, che rischiamo di subire anche noi.