Ateo e liberal, Callahan spiega a Bush perché l’embrione non si tocca

Vita: politiche di bioetica

E dice al Foglio: “Non ha senso destinare fondi a una ricerca che non ha dato risultati e agita false promesse..


Roma. Quando George W. Bush decise di stanziare i primi fondi federali per la ricerca sugli embrioni sovrannumerari, Daniel Callahan gli domandò faccia a faccia: “Presidente, perché vuole distruggere un embrione per qualcosa che non ha prodotto risultati?”.

Nel 1969 non esisteva ancora un think tank sulle questioni di bioetica negli Stati Uniti. Callahan colmò il vuoto creando l’Hastings Center, ancora oggi il più importante pensatoio in materia. Secondo Weekly Standard è uno dei pioneri della bioetica. Fellow dell’Università di Yale e della Harvard Medical School, Callahan è un habitué del Consiglio di bioetica voluto da Bush nel 2002. Padre di sei figli e collaboratore della stampa liberal, dal New York Times al Washington Post, da ateo si batte contro l’eutanasia, la “morte pacifica”.


Democratico settantenne, pro-choice, si oppone da molti anni alla ricerca sulle cellule staminali embrionali, la clonazione terapeutica e la “visione egualitaria della discriminazione genetica”. Da sempre il suo principio è che non tutto quello che si può praticamente fare si deve anche moralmente fare.


Al Foglio spiega che non solo in Italia, ma anche negli Stati Uniti la gente ignora che le staminali embrionali sono usufruibili soltanto uccidendo premeditatamente l’embrione. “Per questo la ricerca sulle embrionali ancora impiantabili non solo non è praticabile, ma non va sviluppata oltre. Mi oppongo a questo genere di ricerca in virtù del fatto che proprio come una persona, gli embrioni sono degni della nostra considerazione, come hanno stabilito tre commissioni nazionali americane. Non esiste una definizione di rispetto per la vita compatibile con l’uccisione degli embrioni”.


A questo va aggiunto il fatto che al momento non esiste una ragione medica per intraprendere la strada della sperimentazione sulle staminali embrionali. “Ci sono molte altre possibilità nella ricerca che vanno percorse per curare le più gravi malattie. Negli Stati Uniti, l’Istituto nazionale della salute ha speso centinaia di milioni di dollari per inseguire la ricerca sbagliata, per trovare una cura alle malattie del cuore, all’Alzheimer e al Parkinson. Questo denaro è stato speso a causa della falsa promessa della ricerca sulle staminali embrionali”. Anche la rivista Science ha dedicato più di un articolo per spiegare che dovremmo spendere più soldi per la ricerca che ha fornito risultati su molte malattie, piuttosto che, sotto forma di ripicca, scommettere sulla nuova ricerca. “Ma continuano a ripetere che senza sperimentazione sull’embrione la ricerca sarebbe bloccata – prosegue Callahan – E’ una mistificazione totale, il successo di quel tipo di ricerca è allo stato attuale pura speculazione. E’ in circolazione un sentimentalismo letale”.


Meglio rinunciare a procreare
Per restare tra i liberal, lo scrittore Michael Bishop, con un durissimo affondo sul San Francisco Chronicle ha scritto che “quando una società giustifica l’utilizzo di parte di un embrione vivo per migliorare le vite degli altri, quella società disumanizza l’embrione e fa della vita una merce”. Callahan non crede nemmeno nella diagnosi preimpianto: “Sia moralmente sia da un punto di vista della praticità, pensiamo ai margini di errore. Non possiamo accettare lo sviluppo degli embrioni allo scopo di scegliere quello più sano”. Secondo lui se due genitori nutrono il dubbio che un figlio possa nascere malato, “è meglio che rinuncino a procreare, piuttosto che pensare di poter selezionare tra più embrioni e lasciar distruggere quello che non supera un test genetico. Posso dire che l’embrione non è portatore delle stesse caratteristiche di una ‘persona’, ma devo giudicarlo lo stesso nella sua piena umanità. Sento sempre un’inquietudine molesta quando si cerca di uccidere razionalmente qualcosa per cui provo un profondo rispetto”.


Rispetto per l’embrione lo nutre anche uno dei massimi embriologi americani, Bruce Carlson, docente di biologia all’Università del Michigan, che al Foglio spiega che non ha fondamento il cosiddetto “preembrione”: “Il periodo prenatale si divide tra embrione, le prime otto settimane, e feto. La fecondazione è l’inizio di una nuova vita, gli ovuli fertilizzati sono vivi e geneticamente differenziati. Gli ‘indesiderati’, gli ‘imperfetti’ sono il risultato di un sondaggio genetico, di un principio eugenetico”. Conclude Callahan: “Perfino se un embrione venisse rifiutato per ragioni genetiche, queste non potrebbero fornire motivi certi per sapere che quel figlio avrebbe avuto una vita miserabile, che i genitori si sarebbero dispiaciuti per sempre di averlo avuto”.


Callahan ha scritto un libro, “False Hopes” (tradotto in italiano da Baldini&Castoldi con la prefazione di Giovanni Berlinguer), contro la medicina “convertita al mercato come nuovo vangelo”, quella che spera nelle “guarigioni improbabili” e abusa delle strategie diagnostiche. La combinazione di mercato e medicina tecnologica ha enormemente consolidato una credenza: “Il mercato non vende solo cose, ma anche speranze e sogni”. Un po’ come il motto della fiera mondiale di Chicago del 1933: “Science finds, Industry applies, Man conforms” (la scienza scopre, l’industria applica, l’uomo adatta). I bersagli di Callahan sono molti: dal Wall Street Journal del 1994, il cui titolo “uccidere la ricerca farmaceutica è come uccidere le persone” è solo uno dei tanti esempi della disinformazione, a scienziati come William Haseltine, direttore della celebre compagnia farmaceutica Human Genome Sciences, per il quale la morte non è altro che “una serie di malattie prevedibili”.


Callahan si scaglia contro quella medicina dominante che serve “desideri e preferenze individuali che con la salute hanno poco o nulla da spartire”, che “cerca di ottimizzare la persona facendo leva sul desiderio umano di trascendere la realtà”, che, sganciata dalla realtà, si fa ancella della società, che si occupa soltanto di mezzi, che ha una “spinta monomaniacale al miglioramento della salute individuale”. Una sana medicina dovrebbe sapere che la salute non è l’unico bene umano fondamentale: “La salute è certamente un bene, ma un bene pur sempre temporaneo. Se il diritto alla salute è inteso come diritto ad essere alleviati dalle sofferenze della vita, la medicina non ha futuro”. Lo stesso vale per le tecniche di fecondazione artificiale: “Bisogna porre limiti precisi, anche se ciò significa che alcune coppie non potranno mai avere i bambini che desiderano. Si tratta di una conseguenza dolorosa, ma la medicina non ha né il dovere né l’obbligo di intervenire in tutti i casi”. L’obiettivo della medicina, infatti, non può essere quello di affrancare il mondo dall’infertilità, “né di ricorrere alla genetica e ad altre tecniche per dare alle coppie bambini che abbiano certe caratteristiche desiderate”. Nessuno dovrebbe essere sfortunato al punto di avere due figli handicappati, e quando una coppia è esposta a questo rischio, bisogna per Callahan compiere uno sforzo speciale per aiutarla: “Ma proporsi l’obiettivo di evitare a tutti di avere un figlio handicappato significherebbe optare per un vero e proprio perfezionismo medico. Non dobbiamo dimenticare il nostro diritto all’identità genetica individuale”. A chi lo rimprovera di stare dalla parte degli evangelici, Callahan risponde: “Se vuoi diventare un essere umano, faresti meglio a iniziare da un embrione”.


Giulio Meotti (29/01/2005) Il Foglio