Assalto occulto della finanza internazionale al tesoro italiano…

La cappa ideologica

DOSSIER  Antonveneta & Co.
per capirci qualcosa…


Giornali-banche: l’assalto occulto degli olandesi (e non solo) a Fazio


Gli olandesi hanno vinto. L’Antonveneta è loro, e Fazio forse finirà indagato. Tutti contenti. Però. Ci sono alcuni «però» preoccupanti…
Renato Farina su Libero e Il Foglio di Ferrara ci aprono scenari preoccupanti, ulteriormente confermati dall’intervista concessa al tempio laicista de La Repubblica dal numero uno di Abn Amro, la banca olandese che è riuscita a “papparsi” Antonveneta…

Giornali-banche: l’assalto occulto degli olandesi (e non solo) a Fazio


Gli olandesi hanno vinto. L’Antonveneta è loro, e Fazio forse finirà indagato. Tutti contenti. Però. Ci sono alcuni però. Vediamoli. Confesso. Fino a un paio di giorni fa avevo creduto nella Banca Angelica, discesa sbattendo le ali piumate dai cieli del nord. Ci siamo cascati quasi tutti, noi provinciali d’Italia, diciamocelo. Beviamo come oro colato specialmente le favole. Adoriamo le fate.
Che cos’è stata in questi mesi la Banca Olandese (Abn Amro, con quel nome da abracadabra mistico) se non una specie di incarnazione candida del puro Spirito del denaro sporcato da questi italianucci pataccari?
I giornali ci hanno indotto a tifare per gli stranieri. In questo caso ha giocato anche la nostalgia per gli anni del boom: l’Olandesina è rimasta nei reconditi angoli della mente la signorina della pubblicità Mira Lanza. Qualcuno ricorda la sua effigie sulle figurine a punti? Si raggranellavano Olandesine e in cambio ti spedivano da Genova la macchina fotografica Ferrania. Una ragazza fiorita con gli zoccoli e la cuffietta inamidata: acqua, sapone e candore. Idem Abn Amro.Un grembiulino, ovvio, con molti euro nelle nivee saccocce. Questo ci hanno insegnato i giornali, con i loro azzimati editoriali sull’etica della finanza nordica. Ripercorriamo questa vicenda storia vista dagli editorialisti dei quotidiani imperiali. 1) I cavalieri bianchi su cavalli alati sono venuti giù in Val Padana per sanare le piaghe del sistema bancario italico acquisendo la Banca Antonveneta, offrendo non molto, perché sono gente tirata e dunque poco incline alla dissipazione. La loro etica è il vero surplus. 2) Offrono ma ci stanno in pochi. Questa loro missione redentrice è subito minacciata dalle orde padane, gente volgare, in giro con la Ferrari e i gipponi. La loro sede centrale non è Amsterdam o la City di London, ma Lodi, addirittura, che vergogna. 3) In un primo tempo i cattivi sembravano averla vinta. Poi però intercettazioni ben pubblicate e magistratura di sani principi hanno rimesso le cose a posto, e hanno vinto i buoni. Cosa dire oltre al discorso sempre vero ma ormai noioso sullo strapotere della magistratura e del legame con i giornali, a loro volta ammanigliati con capitalisti amici degli olandesi? Intanto però ammettiamolo: il tira-e-molla del governo su Fazio non aiuta a dar torto ai sostenitori degli olandesi. Però, siamo ai però di cui sopra. Un paio di cose sono venute alla luce sulla Abn Amro. E vorremmo sommessamente fornirle al nostro pubblico. Mi rendo conto. Adesso che ha vinto è un po’ suicida mettersi contro il panzer calvinista, ma qualche volta è bello fare i moralisti fuori tempo. Ma sì, ragazzi, l’ideale non è morto e viva Don Chisciotte della mancia ma va bene anche gratis. E forse persino viva l’Italia e viva la Padania. 1) A vittoria acquisita, finalmente si è palesato il numero uno di Abn Amro. Si chiama Rijkman Groenik. Repubblica lo ha intervistato. È interessante notare la sequenza grafica. Pagina 6, la cronaca, titolo festoso: “La bandiera olandese su Antonveneta”. Pagina 7, parla l’olandese: «Bankitalia ci ha spiazzato, violate tutte le regole». Insomma: vittoria straniera, loro ci sfottono, e dobbiamo pure essere tutti contenti. Il sommario: «Non ci spiegavamo come Fazio potesse permettere a una piccola banca come Lodi di conquistare l’istituto padovano. Ci ha sollevato l’intervento della Consob e quello della Procura di Milano». Non c’è qualcosa di un po’ razzista in questa dichiarazione? Tutti, prima di diventare grandi, di solito erano piccoli. C’è una legge per cui solo quelli già robusti possono puntare a crescere? Sicuramente ci saranno regole che non sappiamo. Sapevamo che per fare il corazziere del Quirinale bisogna essere alti uno e novanta come minimo. Ma ignoravamo ci fosse anche una statura fissata per legge onde essere ritenuti idonei per comperare una banca. Ci devono essere soldi che pesano di più. O no? Ancora: «Conosco molto bene mister Gnutti. È stato uno dei firmatari del patto sociale per Antonveneta. Era molto contento che Abn Amro fosse un azionista molto importante di Antonveneta ». Domanda di Repubblica:«Poi ha tradito? ». Groenink: «Forse a un certo punto il signor Gnutti ha pensato che Antonveneta fosse un oggetto troppo interessante per lasciarla ad Abn Amro». Insomma: Gnutti è bravo, un ottimo capitalista se favorisce gli stranieri e si accontenta di fare la loro ancella. Ma se invece si allea con Lodi ecco il giudizio morale. È tradimento. Della Patria. Quella Olandese. O quella più impalpabile ma di certo assai succosa, chiamiamola Finanziopoli coi suoi Paperon de’ Paperoni multinazionali, ma di Lodi guai. Se fossimo il sindaco di Lodi sfideremmo a duello Groenik e magari il direttore di Repubblica. 2) Lungi da noi difendere Fazio, Fiorani, Gnutti eccetera. Non ci intendiamo di economia. Ma di lingua italiana dovremmo, in fondo ci campiamo. Dunque scopriamo dalle parole del capo di Abn Amro che il governatore di Banca d’Italia si è comportato malissimo, non è credibile, la reputazione del Paese eccetera. Le stesse cose le ha scritte tal quale la Bibbia della finanza internazionale: il Financial Times. Il ministro Siniscalco per spiegare che Fazio ci danneggiava ha tirato fuori un dossier: «Sono 167 gli articoli del Financial Times critici con la conduzione di Banca d’Italia. Fazio deve andarsene!». 167, mica 36 o 112. Se fossero stati 151, Siniscalco se ne sarebbe fatta una ragione, ma 167… Se la Bibbia del Capitalismo scomunica il Sacerdote del Tempio locale del Dinero sono guai. Logico che siamo considerati una nazione di eretici da purificare. Bisogna cacciare il pretazzo infedele. Ma perché è infedele? Perché ha impedito alla Banca Olandese di comprare. Ora però apprendiamo che la medesima banca, attraverso intrecci proprietari limpidissimi e senz’altro meravigliosi, ha buone quote della società proprietaria di FinancialTimes. Citiamo il Foglio: «Il fondo Capital Group, secondo azionista di Abn, controlla il quindici per cento del gruppo Pearson», editore del citato quotidiano, nonché di Economist. Inoltre Abn Amro è ottimo inserzionista pubblicitario sulle medesime pubblicazioni. Adesso che hanno vinto possiamo farci una domanda. Esiste il capitalismo puro, immacolato, neutrale, in fondo un po’ missionario? No, non esiste. Quasi quasi ci cascavamo pure noi. Ci era venuta voglia di farci dare un’immaginetta votiva della Banca Olandese, una specie di Immacolata concezione dell’euro.
Che farà? Rastrellerà il risparmio dei veneti per portare denaro in Olanda e venderci prodotti finanziari nordici così da finanziare le ditte olandesi con gli elogi del Financial Times? Olandesi avete vinto, bravi, ma c’è qualche macchia sulla vostra camicia.

di Renato Farina
Libero 29 settembre 05



Quanto conta la rete dei rapporti internazionali dell’olandese Abn Amro
Il supervisory board, i trascorsi con il commissario Kroes, il peso mediatico e i rapporti con il Financial Times


Roma. Si è conclusa con una intervista candida e stupefatta concessa da Rijkman Groenink, capo di Abn Amro, a Repubblica, la lunga, controversa operazione che ha portato la tredicesima banca europea per capitalizzazione (Abn, appunto) a prendersi la quarantacinquesima, la Banca Antonveneta di Padova. Groenink ha spiegato all’intervistatore, Alberto Statera, che Abn non s’interessa di politica né di questioni di potere: si occupa al massimo dei clienti padovani, del personale, del management, degli azionisti e di soddisfare le autorità di controllo. Il resto non è sua competenza.
In realtà il passaggio di mano di quasi il 40 per cento di Antonveneta per 3,2 miliardi di euro arriva al termine di uno scontro che solo di potere è vissuto: un gruppo di raider alleati a un banchiere lombardo a capo della piccola Popolare di Lodi entra in rotta di collisione con il disegno espansionista di una muscolosa banca internazionale già presente in Italia, i cui piani mutano sulla base dell’evoluzione del rapporto tra un banchiere molto potente, Cesare Geronzi e il governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio. La disordinata strategia dei raider viene bloccata da un intervento pesantissimo della magistratura che a sua volta interviene nelle maglie lente delle autorità di vigilanza: manager sospesi, azioni sequestrate, assemblee e offerte pubbliche invalidate e poi una trattativa con l’acquirente olandese che si svolge sotto la tutela e le condizioni poste dai magistrati, compresa quella – quasi grottesca – che prevede il sequestro cautelativo del capital gain per i raider sconfitti, in vista dell’esito del processo per aggiotaggio non ancora cominciato.
Una battaglia in cui Abn, non certo estranea alla cultura dello scontro fisico, ha fatto sentire l’impatto dei suoi 40 miliardi di euro di capitalizzazione e di un notevole sistema di potere.
Un superenalotto
Il suo principale azionista con il 6 per cento del capitale è Ing, la sesta banca europea per capitalizzazione. Il secondo azionista con il 4,7 per cento è Capital Group, un fondo chiuso americano in grado di muovere tutto il peso degli interessi che si possono collegare a 600 miliardi di dollari di partecipazioni gestite.
Nel supervisory board di Abn siedono politici, banchieri e manager internazionali che – ancorché indipendenti rispetto alla banca – danno la misura del network in cui l’istituzione olandese è inserita: Antony Burgmans, uno dei vertici di Unilever, consigliere di amministrazione dell’assicuratrice tedesca Allianz e di British Petroleum; il banchiere David de Rotschild; Marcus Pratini de Moraes, già ministro brasiliano di Industria e commercio e dell’Agricoltura; Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni; lord Colin Sharman of Redlynch, già numero uno di Kpmg International; Andre Olijslager, già capo della multinazionale alimentare Royal Friesland Foods; Rob van der Bergh, uno dei top manager del grupppo editoriale olandese Vnu; Anthony Ruys, con un passato italiano in Unilever, attualmente presidente del comitato esecutivo del gruppo alimentare Heineken.
Il complesso sistema di relazioni di Abn annovera anche un trascorso rapporto, peraltro indiretto, con la signora Neelie Kroes, commissario europeo antitrust, olandese, che per sei anni dal 1995 al 2001 è stata membro – di nomina del suo governo – del consiglio di sorveglianza di Ncm Holding, un’impresa attiva nell’assicurazione dei crediti all’esportazione, dove all’epoca Abn Amro aveva una partecipazione di minoranza. “Ragione per cui – la difese pubblicamente José Manuel Barroso – l’impresa non figura nella dichiarazione sugli interessi della commissaria”.
Un simile apparato non mise certo al riparo la banca dal tentativo di scalata poi sfumata da parte di Royal Bank of Scotland (seconda banca europea per capitalizzazione con 74 miliardi di euro), ma certamente costituisce un volume di fuoco sufficiente a fronteggiare avversari anche più impegnativi di Gianpiero Fiorani. Nella partita italiana, sul mercato delle consulenze, ha vinto lo scontro assicurandosi la collaborazione di Guido Rossi, ex presidente della Consob, artefice “grazie alla sua strategia nei confronti dei magistrati e dell’autorità di vigilanza”, come ha scritto ieri il quotidiano MF, della vittoria nella battaglia per Antonveneta (lo stesso giornale si faceva eco della voce che circola in ambienti finanziari milanesi, dove i bene informati parlano di una parcella per il professor Rossi degna del superenalotto).
Il Foglio (28/09/2005)



Parla Rijkman Groenink, presidente della Abn Amro, la banca olandese che ha sconfitto Fiorani
“La mia verità su Fazio e l´Antonveneta”
Numero uno di Abn Amro svela i retroscena della trattativa per Antonveneta. “Bankitalia ci ha spiazzato violate tutte le regole”. Groenink: così hanno tentato di farci fuori


L´uomo che, suo malgrado, ha creato la più grave crisi istituzionale che l´Italia ricordi negli ultimi anni, con un ministro dell´Economia dimissionario, un ex ministro prima licenziato con ignominia, che torna ristorato dall´eclissi del suo avversario, un governatore della Banca d´Italia roccioso come un «orso marsicano» ormai surgelato in freezer, e un presidente del Consiglio che annaspa, incapace di decidere che fare, si chiama Rijkman Groenink. E´ un cinquantaseienne protestante nato nel paesino olandese di Den Helder, che ha fatto tutta la sua carriera nell´Abn Amro, l´ex Banca della Regina, fino a diventarne chairman del board nel maggio del 2000.
Rijkman credeva di conoscere l´Italia perché, quando si vuole rilassare, sale sulla sua Mercedes ad Amsterdam e – poveretto – guida fino alle campagne di Siena, dove possiede una cascina. Ma mai avrebbe immaginato che i bizantinismi di questo nostro paese ne avrebbero fatto l´uomo che involontariamente scardina l´asfittico sistema bancario e capitalistico italiano, terrorizzato da una parola che si pronuncia in tutto il mondo, come «concorrenza» o, peggio, globalizzazione.
L´unico momento di sbandamento, durante l´intervista, Rijkman l´ha avuto quando abbiamo cercato di tradurre in inglese l´espressione ricucciana «furbetti del quartierino». «What´s quartierino?», ci ha chiesto, «I understand furbetti, but quartierino.. « E noi: «Boh, lo chiederemo a Ricucci». In compenso, quando gli abbiamo domandato se in tutti questi mesi in cui si è dipanata, tra alti e bassi, la vicenda dell´Antonveneta ha mai pensato di abbandonare l´Italia, ci ha risposto in perfetto italiano: «No, mai!».
Mister Groenink, avrebbe immaginato che il controllo dell´Antonveneta da voi rivendicato e ottenuto dopo una grande battaglia finanziaria, avrebbe provocato una così grave crisi istituzionale in Italia?
«Mai avremmo potuto pensarlo. Non potevamo neanche immaginare che la Banca d´Italia avrebbe assunto l´atteggiamento che ha assunto e che questo avrebbe fatto precipitare quella che lei chiama una crisi istituzionale. Questo non ha avuto alcun ruolo nei nostri ragionamenti. Noi siamo banchieri venuti in Italia già tanto tempo fa, nel 1974, ritenendo che questo paese offra molte opportunità. Nel momento in cui tutto ciò sembrava venire frustrato, l´unico obiettivo è stato proteggere i nostri interessi».
Quando avete capito che vi volevano fregare?
«Quando abbiamo visto che non si rispettavano le regole del gioco. In gennaio si era sparsa la voce che la Banca popolare di Lodi e i suoi alleati avevano acquisito una quota di Antonveneta. I nostri colloqui con Banca d´Italia e con Lodi furono irrimediabilmente senza esito. Nel frattempo, la quota posseduta dalla Lodi in Antonveneta cresceva senza che ne fossero informate la Consob e la Banca di´Italia. Che dovevamo fare se non proteggere le nostre posizioni?»
Perché la Banca d´Italia ha permesso che non si rispettassero le regole del gioco?
«Ce lo siamo chiesto e questo è proprio quello che ci ha più stupiti. Non ci spiegavamo come la Banca d´Italia potesse permettere alla Lodi di prendere il cento per cento di Antonveneta. Non avremmo mai pensato che una piccola banca con un “capital ratio” come la Lodi potesse essere autorizzata a un´operazione del genere. Ci ha sollevati il fatto che la Consob ha agito, contrariamente ad altri, in modo imparziale, in conformità alle norme. E che la Procura di Milano è intervenuta congelando la nomina del nuovo consiglio d´amministrazione di Antonveneta ed esautorando il signor Fiorani».
Mister Groenink, erano arrivati i «furbetti del quartierino».
«Quartierino, quartierino. I don´t know quartierino. Ma I know mister Gnutti, lo conosco molto bene mister Gnutti, è stato uno dei firmatari del patto parasociale per Antonveneta. Era molto, molto contento che Abn Amro fosse un azionista importante di Antonveneta».
Poi ha tradito?
«Forse a un certo punto il signor Gnutti ha pensato che Antonveneta fosse un oggetto troppo interessante per lasciarla ad Abn Amro».
E Ricucci, l´ex odontotecnico di Zagarolo, eroe dell´estate italiana?
«Mai conosciuto».
E il governatore Fazio?
«Certo che l´ho conosciuto e per molti anni ho avuto il privilegio di essere in contatto con lui. Noi siamo stati schietti e anche lui è stato franco nell´illustrare i suoi progetti per il sistema bancario italiano».
E poi?
«Poi abbiamo concordato sul fatto di non essere d´accordo. Lui ha detto: “Io ho la mia agenda”. Io gli ho risposto: “Governatore, sono disposto a muovermi secondo la sua agenda”. Ma purtroppo negli ultimi mesi le nostre agende non si sono incontrate».
Il punto di contrasto era l´«italianità» rivendicata da Fazio?
«Riesco a comprendere che un paese voglia mantenere banche importanti nel proprio territorio e penso che Fazio e l´Italia non facciano eccezione. Per cui nutro simpatia per l´idea di mantenere industrie d´importanza cruciale in mani italiane. Ma allo stesso tempo dev´essere chiaro al governatore della Banca d´Italia e a tutti che l´integrazione a livello europeo di industrie e banche sta già avvenendo e continuerà in futuro, perché anche un mercato locale grande come l´Italia non sarà sufficiente per sopravvivere nell´arena internazionale. Un banchiere come Profumo e una banca come Unicredito l´hanno capito. I governatori, a loro volta, devono capire che non ha alcun senso mettere un freno a questo movimento, è controproducente per gli interessi nazionali. Il governatore della Banca d´Italia avrebbe tutto l´interesse ad avere banche internazionali molto forti nel proprio giardino».
Se tentassero di scalare Abn Amro, cosa farebbe il governatore olandese nel suo giardino?
«L´unica cosa che farebbe, sarebbe di valutare se l´eventuale acquirente è solido, gestito correttamente e in buono stato finanziario. E anche se forse personalmente gli potrebbe dispiacere che Abn Amro non fosse più in mani olandesi, non tenterebbe di ostacolarne l´acquisizione».
Ma Fazio, mister Groenink, sembra temere che voi, già soci di Cesare Geronzi in Capitalia e ora padroni di una grande banca del Nordest, vogliate mangiarvi i gioielli del capitalismo italiano: Mediobanca, magari le Generali e la Rizzoli Corriere della sera.
«…e poi, perché no?, tutta l´Italia. Magari poco a poco. Scusi se sorrido, ma devo confessare che Abn Amro non ha progetti così grandiosi. Non abbiamo nessuna intenzione di entrare nell´arena politica italiana, che per noi è un po´ ostica».
In questa vicenda avete ricevuto pressioni da qualche leader politico italiano?
«No, non conosco alcun leader politico italiano. La nostra cultura aziendale è diversa, vogliamo tenerci fuori da qualunque influenza politica, siamo un´impresa industriale, non politica, e in questa logica ci comportiamo in tutti i paesi in cui siamo presenti nel mondo».
Lei lo sa, mister Groenink, che gli ambienti cattolici, il Vaticano e l´Opus Dei, difendendo il governatore Fazio, hanno evocato filoni laico-massonici del Nord Europa?
«Credo che chiunque in un sistema democratico abbia il diritto di esprimere la propria opinione. Certamente questo vale anche per la Chiesa e per le sue istituzioni come l´Opus Dei. Ma questo non ci crea alcuna preoccupazione perché noi ci dobbiamo occupare dei clienti Antonveneta, del personale, del management, degli azionisti e delle autorità di controllo. La Chiesa può stare tranquilla, dire la loro è un diritto, ma non sta a me fare commenti».
Sul caso Antonveneta c´è stata una forte partecipazione mediatica. Come lo spiega?
«Abbiamo un buon progetto, per questo i media italiani sono stati disposti ad ascoltare le ragioni che ha portato in Italia il nostro uomo Francesco Spinelli. L´integrazione di Antonveneta nella famiglia Abn Amro avverrà in varie fasi. L´ultima che, ovviamente, non è ancora imminente prevede l´espansione della banca in tutto il territorio italiano».
L´incubo del governatore Fazio, con i protestanti olandesi che dilagano nelle contrade cattoliche.
«Scusi ancora se sorrido, ma il governatore Fazio può stare tranquillo».

di Alberto Statera

La Repubblica 27-09-05