Antonino Saetta: un eroe «normale» assassinato dalla mafia

Dal mondo

Chi ha dimenticato il giudice-martire?

A vent’anni dalla morte di Antonino Saetta, una biografia rifà la storia del primo magistrato giudicante ucciso da Cosa Nostra. Era cattolico e dunque nemmeno troppo vicino all’ambiente dell’Antimafia, che infatti lo ignorò. Fu assassinato insieme al figlio in un agguato il 25 settembre 1988 dopo aver emesso sentenze severe sui mandanti dell’omicidio Chinnici…

Morire da eroi non è facile, ma non è nemmeno impossibile, in Sicilia. Piuttosto, davvero difficile è riuscire ad essere riconosciuti come eroi, quando si è spesa tutta la vita nel rispetto e nell’esercizio della legalità, senza troppi clamori. È quello che è successo ad Antonino Saetta, presidente della prima sezione della Corte d’Assise d’Appello di Palermo, nato a Canicattì, provincia di Agrigento, il 25 ottobre 1922, e morto in un agguato di mafia insieme al figlio Stefano il 25 settembre 1988, crivellato da 46 colpi sulla strada statale 640 che collega Caltanissetta al capoluogo siciliano. Di Antonino Saetta non si ricorda più nessuno. O meglio, quasi nessuno tra la gente comune; in moltissimi invece tra quelli che spendono le loro energie per impedire alla criminalità organizzata di tessere ancora le sue trame in una terra che le ha sempre viste infittirsi. Per questo, a vent’anni dal tragico eccidio, Carmelo Sciascia Cannizzaro, storico e studioso, concittadino del magistrato che combatté la mafia, ha scelto di ricordare la figura dell’uomo e del professionista per sollevare il suo ricordo dall’oblio. E, in questo libro che porta nel titolo il nome di Antonino Saetta. Il primo magistrato giudicante assassinato dalla mafia (Edizioni Paoline, pp. 132, euro 12), Sciascia Cannizzaro mette insieme tutti gli elementi che fanno gioco alla rievocazione del contesto in cui il magistrato operava: la situazione politica degli anni Ottanta, i primi maxi- processi di mafia, le altre vittime illustri – il giudice Rocco Chinnici, il magistrato-ragazzino Rosario Livatino, il presidente della Regione Piersanti Mattarella, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.
Ecco, di questo, che è il lavoro dello storico, Sciascia Cannizzaro si avvale per tentare di rispondere a un perché. Perché, cioè, il sacrificio di questo giudice sia stato dimenticato – nonostante ai suoi funerali siano intervenuti le massime autorità dello Stato, dall’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga al ministro di Grazia e Giustizia Giuliano Vassalli – mentre la morte del giudice- ragazzino Rosario Livatino, avvenuta sulla stessa strada statale a due anni di distanza, sia molto più viva nella memoria collettiva e continui ad essere celebrata.
Proprio Vassalli, che firma la prefazione al libro, rilancia la domanda e rintraccia le ragioni dell’omicidio: il giudice Saetta aveva confermato due anni prima la condanna all’ergastolo dei mandanti della strage di cui, nel 1983 a Palermo, era stato vittima il consigliere istruttore Rocco Chinnici, e aveva aumentato la pena inflitta in primo grado agli altri imputati.
Questo e altri giudizi in altri processi (ad esempio quelli per la strage di piazza Scaffa e soprattutto per il delitto del capitano Basile, quest’ultimo pronunciato appena due mesi prima del delitto) decretarono la sentenza di morte di Saetta da parte della ‘cupola’. Vassalli dice che Saetta è uno di quegli uomini il cui avvento anche papa Giovanni Paolo II auspicava, memore della indimenticabile condanna degli uomini di mafia che Wojtyla con veemenza pronunciò dalla Valle dei Templi nel 1993, e si augura che il ventennio della morte aiuti a fare emergere dall’oblio questo eroe. La ricerca comunque del motivo per cui Saetta sia stato dimenticato, che Sciascia Cannizzaro pone come un interrogativo che riguarda la società tutta, non solo dei siciliani, non rimane inevasa.
Fermo restando che la morte di un giovane – ci riferiamo al giudice Livatino, che impressionò molto l’opinione pubblica di allora come di oggi – rispetto a quella di un uomo più che maturo assume un valore esemplare nell’immaginario collettivo, il testo ventila tra le sue pieghe un’altra possibile lettura dell’oblio: Antonino Saetta era un uomo schivo, un magistrato che faceva il suo dovere senza lamentarsi né fare trasparire alcun timore in merito alle possibili conseguenze delle sue sentenze (anche se una sua richiesta di essere trasferito ad altra Corte d’Appello era stata respinta, in quanto la sua presenza a Palermo era preziosa). Era cattolico e dunque nemmeno troppo vicino all’ambiente dell’Antimafia, che infatti lo ignorò. Era un eroe «normale», insomma, che viveva la sua vita tra la famiglia e il tribunale e si rifugiava spesso nel suo paese dell’agrigentino, quella Canicattì dolente e silenziosa che, se la si guarda da una delle foto che fanno da corredo al testo, appare come un grappolo di case abbarbicate al nulla. In questo suo essere quasi «muto», forse, Saetta era caratterialmente simile a un altro siciliano di quelle zone, il racalmutese Leonardo Sciascia, troppe volte incompreso per il suo scetticismo e per il suo gusto del paradosso, così ardito e lucido quando polemizzò con i «professionisti» e si beccò dal Coordinamento Antimafia il peggior insulto che un siciliano che combatte Cosa Nostra potrebbe portarsi a casa: «È un quaquaraquà».

di Laura Silvia Battaglia
Avvenire 23 settembre 2008