Andreatta inventò Prodi e l’Ulivo

Dal mondo

L’uomo che voleva l’Italia cattocomunista


Il Presidente della Camera dei deputati, Fausto Bertinotti, ha inviato alla famiglia Andreatta il seguente messaggio di cordoglio: “Con grande dolore ho appreso la notizia della scomparsa di Nino Andreatta, parlamentare della Repubblica per sei legislature, piu’ volte componente del Governo, illustre accademico, protagonista della vita politica e istituzionale del nostro Paese. Resterà vivo in tutti noi – prosegue il Presidente della Camera – il percorso della sua lunga sofferenza, seguita ad un drammatico ed improvviso male che troppo presto ci ha privato della sua passione civile, della sua assoluta integrità, della sua coerenza intellettuale”. “Ne avvertiremo la mancanza con particolare intensità. Continueranno tuttavia ad accompagnarci le sue idee ed il suo contributo di pensiero, brillante ed originale, profondamente radicato nell’analisi della realtà e costantemente rivolto a prefigurare le condizioni per un suo cambiamento». Queste ultime parole del leader di Rifondazione Comunista sono pienamente comprensibili se si considera il ruolo decisivo svolto da Nino Andreatta nella realizzazione del cattocomunismo italiano…


Seguono articoli di Gianni Baget Bozzo e di Maurizio Crippa

1)


L’uomo che voleva l’Italia cattocomunista


Nino Andreatta ha vissuto una lunga e difficile prova, il silenzio della parola e dell’anima nella vitalità del corpo, quasi una prolungata agonia. Ciò che colpisce in primo luogo è il sentimento di questa sofferenza sua, della moglie e dei figli. E di tutti i numerosi amici che la sua opera di economista e di politico ha prodotto nel Paese. È stata una delle maggiori figure della Democrazia cristiana, ancora più importante nella storia segreta del partito che in quella pubblica ed istituzionale. Dire che Nino Andreatta nasce spiritualmente e politicamente da Giuseppe Dossetti è cosa nota: ma si può dire di più. Egli fu la realizzazione politica del dossettismo, l’uomo che fece di un orientamento e di una cultura la base di una politica che è oggi ancora viva, poiché ciò che possiamo chiamare il prodismo e infine il Partito democratico è opera sua ed è la realizzazione politica del dossettismo.
Nel pensiero di Dossetti l’avversario politico era l’intervento del papato in politica che soffocava la Chiesa e la politica italiana. La Dc e l’unità dei cattolici attorno ad essa definivano come politico il contenuto dei cattolici e Dossetti voleva una Chiesa popolare e spirituale che non trescasse con i poteri di diritto e di fatto della città italiana. E ciò, non in nome della laicità dello Stato, ma della dimensione spirituale della Chiesa dei poveri. L’obiettivo del dossettismo è l’unità dei cattolici con i comunisti in modo non subalterno, ma socialmente qualificato, in modo da comportare anche la demarxistizzazione ideologica del mondo comunista. Ed è questo disegno antico che vediamo realizzarsi nel Partito democratico di prossima istituzione e che non è un incidente di percorso ma una lunga marcia del dossettismo realizzato.
Andreatta realizzò il dossettismo partendo da un’alleanza culturale con il mondo universitario e trovando nella politica economica e finanziaria il punto di contatto tra i capitalisti e banchieri del nord e i politici democristiani del sud, le due componenti più significative del sistema sociale italiano. Egli trovò in Ciriaco De Mita, il più brillante politico del Mezzogiorno dc, chi poteva esprimere a un tempo un rapporto fondante con i comunisti visti, come basi costituenti della politica italiana anche se alternativi alla Dc e con il capitalismo del Nord, con Agnelli e De Benedetti. È in questo disegno che prende forma l’operazione del quotidiano la Repubblica che Eugenio Scalfari usa come una clava contro i democristiani non demitiani e contro il loro alleato politico: il Psi di Craxi. È qui che avviene la teoria del cattolicesimo adulto che non prende ordine dal Vaticano e che agisce come partito laico in funzione delle proprie scelte politiche.
La politica di De Mita suppone la definitiva organizzazione del partito come federazione di correnti organizzate, che mediano i loro rapporti di potere. Avviene in questo modo la secolarizzazione della Dc, il suo divenire partito come mediazione degli interessi di potere delle varie correnti. Da allora l’avversario principale di Beniamino Andreatta fu Bettino Craxi, che seguiva la linea opposta: quella di portare la presenza impegnativa dei cattolici in una Repubblica italiana che metteva la firma da leader socialista al Concordato lateranense rinnovato. Andreatta disegnò la strategia del nuovo sistema politico che comportava la liberazione della Dc dal ricatto politico dei socialisti sul suo partito. Né la Chiesa né la Dc di Forlani furono in grado di salvare la Democrazia cristiana dalla crisi della sua identità culturale e dalla sua frammentazione politica. Ma Andreatta era esattamente colui che poteva indicare la salvezza proprio secondo la linea dossettiana in un patto di alleanza tra democristiani di sinistra e comunisti. Quando scoppia Mani Pulite ed investe proprio Craxi e Forlani (e più tardi Andreotti è processato come associato alla mafia), è finita la politica vaticana dell’unità dei cattolici.
Il dossettismo è stato realizzato e il vero stratega di questa operazione è Beniamino Andreatta. E Romano Prodi rimane il suo rappresentante. Ma non a caso sarà don Dossetti a benedire la pianta dell’Ulivo, un chiaro simbolo cristiano sulla alleanza tra democristiani e comunisti, privati l’uno della sua sostanza di partito cattolico e l’altro della sua caratteristica di partito rivoluzionario. Il punto di accordo è l’alleanza tra la grande borghesia del Nord che Repubblica puntualmente esprime, legata soprattutto al mondo bancario (vero controllore del capitalismo italiano che vive sul risparmio di uno dei popoli più risparmiatori del mondo), il Partito popolare occupato dalla sinistra di De Mita ed il Pds, che esprime un comunismo riformato in chiave postrivoluzionaria.
Da questo punto comincia una nuova storia: la discesa in campo di Berlusconi, come figura della società civile italiana della piccola e media industria, del mondo cattolico delle parrocchie, dei partiti laici democratici esclusi dall’alleanza costruita attorno alla secolarizzazione della Dc e alla decomunistizzazione del Pci. Ci vuole un simbolo a questa unità delle forze popolari a cui si oppone ora una forza del popolo che si autolegittima al di fuori dei partiti storici. Romano Prodi è l’unica chiave della combinazione tra postdemocristiani e postcomunisti. Il rappresentante del ruolo che Andreatta aveva giocato nell’operazione.
Andreatta ha fatto la storia d’Italia e non a caso gli omaggi diffusi alla sua memoria sono, oltre che un omaggio alla sua sofferenza, il riconoscimento della sua grandezza politica. Romano Prodi è il simbolo materiale dell’equilibrio che Beniamino Andreatta ha creato. Il dossettismo si è realizzato oltre il tempo e l’opera del suo creatore e del suo costruttore.
bagetbozzo@ragionpolitica.it


di Gianni Baget Bozzo
Il Giornale n. 74 del 2007-03-28 pagina 12


 


2)


IL VERO EREDE POLITICO DI DOSSETTI


Andreatta coltivò per mezzo secolo l’idea realizzata da Prodi e Bazoli
Voleva superare il partito dei cattolici e quello dei comunisti, anche per sottrarre la politica alla Chiesa


Milano. Genealogie. Il titolo più ricorrente ieri, per annunciare la morte di Beniamino Andreatta a otto anni dall’ictus che lo aveva colpito, è stato quello di “padre dell’Ulivo”; in subordine, di Romano Prodi e dunque, quantomeno, donatore genetico dominante del costruendo Partito democratico. Sintesi corretta, e non mancano le pezze d’appoggio per supportare l’immagine del professore keynesiano, del liberal all’americana già dagli occhiali e dalla cravatta storta, troppo avanti per l’Italia e costretto dalla storia a rimanere tutta la vita nei panni un po’ stretti del cattolico democratico, del democristiano di sinistra. Lui che già nei primi anni Ottanta aveva intuito la necessità di superare tanto il partito dei cattolici quanto quello dei comunisti, e lavorò alacremente (soprattutto al superamento del primo). Lui che per tutta la vita ha avuto l’ambizione “di girare la storia su se stessa”. Ovvero, “per dirla con i filosofi della storia inglesi, trovare una prospettiva whig della storia, progressiva, piuttosto che una storia tory, di una condanna ciclica in cui la natura domina e i problemi rimangono sempre”. Prima di tutto questo, Beniamino Andreatta è stato anche il padre di Giovanni Bazoli. E’ lui che lo inventa, avendolo conosciuto tramite il suo think tank Arel (Agenzia di ricerche e legislazione) e lo catapulta nel 1982, perfetto “Professor Nessuno”, alla testa del Nuovo Ambrosiano dopo il disastro di Calvi. E dopo aver fatto repulisti sommario della finanza bianca fin sotto le mura vaticane. Un’intuizione geniale, a suo modo, che prevenendo di un decennio la fine dell’esperienza politica dei cattolici provvede a blindare nelle solide mani di cattolici di ascendenza dossettiana l’ex finanza bianca. Difficilmente gli attuali assetti di potere politico ed economico italiani, il ruolo assunto da quella che fu la sinistra tecnocratico-democristiana sarebbero pensabili senza quella mossa di Andreatta. Prima dei figli di Nino Andreatta – che oggi riposa nella camera ardente di una caserma bolognese, in virtù del suo ultimo incarico come ministro della Difesa del primo governo Prodi e in attesa dell’esequie di giovedì – bisogna però andare a cercare i suoi padri. A partire da Aldo Moro, che lo scoprì e ne fece il suo consigliere economico, ben prima che il giovane e brillante professore se ne tornasse nella sua Trento a fondare la facoltà di Sociologia, da cui partirono le Br di Renato Curcio per il loro tragico viaggio. Il padre vero, cattolico liberale, gli fece studiare Legge a Padova, da dove uscì miglior laureato del 1950, per trasferirsi agli studi economici dell’Università Cattolica. E’ lì che Andreatta trova i suoi definitivi padri spirituali, nel milieu dell’intellettualità cattolica progressista forgiata da padre Agostino Gemelli e dai “professorini” come Giuseppe Lazzati e Guseppe Dossetti. Il principio base era che i cattolici dovessero trovare nel dialogo con la cultura contemporanea la via per offrire, da laici, il loro contributo di fede. Il secondo principio è invece un radicale sospetto (per quanto tenuto a bada per interi decenni) nei confronti di un partito dei cattolici, inteso come lo avevano inteso Sturzo e De Gasperi. Dossetti lasciò molti figli ma nessun vero erede politico. Tranne proprio Andreatta, unico di statura adeguata a continuare con altri mezzi il progetto politico-ecclesiale dossettiano: quello di laicizzare al massimo la presenza politica dei cattolici, fino a scioglierla in altre forme e sottraendola così all’ingerenza della chiesa. E trasformando, viceversa, la chiesa in un ente d’ispirazione spirituale per la società. Qualche giorno fa Alfredo Reichlin, intervenendo sull’Unità a proposito del Partito democratico, ricordava in proposito proprio il pensiero di Andreatta, secondo cui sul piano religioso “bisogna stabilire un dialogo ecumenico con le grandi fedi”, mentre “sul piano politico è giunto il tempo di costruire un ordine mondiale in cui il cristianesimo si presenti, accanto alle altre religioni, ma con la sua forza universale”. Insomma quel che il padre Henri De Lubac ebbe a definire “un cristianesimo sempre più minorato, ridotto a un teismo vago e impotente”. Questo progetto di separazione più o meno consensuale del cattolicesimo politico da un rapporto organico con la chiesa Andreatta lo perseguì sempre. Provò soprattutto, negli anni Ottanta, a costruirlo attorno a Ciriaco De Mita, da un lato coltivando il rapporto con il Pci, ritenuto decisivo per la democrazia italiana, dall’altro quello con i veri sponsor dell’operazione, il “partito di Repubblica”. Ma Andreatta è figlio di Dossetti innanzitutto perché con lui condivide una visione della fede. Bazoli lo ha gratificato di una frase significativa: “Dire che viveva la fede come un atto privato sarebbe limitativo. E’ vero che aveva un fortissimo pudore e riserbo sulle cose intime e personali”. Dove il riferimento alla fede come a cose “intime e personali” non è solo una sintesi psicologica per Andreatta, ma anche una fotografia di un certo tipo di cattolicesimo. Quello che Ruggero Orfei, nel suo libro “L’occupazione del potere – I democristiani ’45-’75”, definì come i “dossettiani non democristiani”. Un colpo di genio quasi pari a quello con cui Andreatta coniò la polemica definizione di “atei devoti”. In questa prospettiva, Romano Prodi, più che il figlio prediletto, appare l’ultima metamorfosi di un’idea che di Beniamino Andreatta ha covato per mezzo secolo.


di Maurizio Crippa
Il Foglio 28 marzo 07



3)

Era in coma dal 1999
Beniamino Andreatta si è spento a Bologna, tra l’affetto dei suoi cari, la moglie Giana e i quattro figli. Economista, più volte ministro, esponente di primissimo piano della Democrazia Cristiana, tra i fondatori prima del Partito Popolare e poi dell’Ulivo, era ricoverato dal Capodanno del 2000 presso il reparto di rianimazione dell’Ospedale Sant’Orsola, diretto dal professor Gerardo Martinelli.
Andreatta era nato a Trento, l’11 agosto 1928. Figlio di un banchiere. Dopo essersi laureato in giurisprudenza all’Università di Padova nel 1950, aveva studiato economia alla Cattolica di Milano e a Cambridge, ed era poi diventato docente universitario.
Leggendo Il discorso sulla povera gente di Giorgio la Pira scopre il solidarismo economico. Ed entra in contatto all’Università Cattolica di Milano con l’intellighenzia cattolica dell’epoca, ispirata e guidata da Giovan Battista Montini, poi Paolo VI.
Nel corso della sua attività accademica ha insegnato alla Cattolica di Milano e nelle università di Urbino, Trento e Bologna. Tra i suoi allievi, l’attuale premier Romano Prodi che fu anche suo assistente a partire dal 1963. L’impegno politico di Andreatta risale agli anni Settanta, quando fu consigliere finanziario del governo presieduto da Aldo Moro. Nel 1976 fu eletto in Parlamento nelle liste della Democrazia Cristiana. Da allora è stato sempre rieletto, prima alla Camera, poi al Senato, fino alle politiche del 1994.
Ha ricoperto numerosi incarichi ministeriali di rilievo: fu ministro del Bilancio nel governo di Francesco Cossiga (1979-1980) e ministro del Tesoro dal 1980 al 1982 con Arnaldo Forlani e Giovanni Spadolini. Nel governo Spadolini fu protagonista di quella che passò alla storia come la ‘lite delle comari’: uno scontro con il ministro socialista delle Finanze Formica che fece cadere il governo. Richiamato ancora al Bilancio nel primo governo di Giuliano Amato, è stato ministro degli Esteri nel governo di Carlo Azeglio Ciampi dal 1993 al 1994. Il suo ultimo incarico ministeriale è stato alla Difesa, nel primo governo presieduto da Romano Prodi, nel 1996. Andreatta è stato anche europarlamentare e vice presidente del Partito Popolare Europeo dal 1984 al 1987.
Hanno ragione Rosy Bondi e Francesco Rutelli a ricordare Andreatta come uno dei fondatori dell’Ulivo. Fu lui ad opporsi alla svolta che Buttiglione voleva imprimere alla Dc dopo Tangentopoli. E fu sempre lui ad ispirare la creazione del Partito popolare.
Il 15 dicembre 1999, nel corso di una seduta parlamentare, ebbe un grave malore e finì in coma profondo come conseguenza di un’ischemia cerebrale. Da allora è vissuto in stato vegetativo, tenuto in vita dalle apparecchiature mediche.
Il 16 marzo scorso il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in visita a Bologna, aveva incontrato la moglie e il figlio Filippo, con il quale si era poi recato all’ospedale a far visita al padre.
Il figlio Filippo Andreatta, 39 anni, esperto di scienze politiche e relazioni internazionali, docente presso l’Università di Bologna, scrive su diversi quotidiani italiani (tra cui il Corriere della Sera e Europa) ed è esponente della Margherita e acceso promotore del Partito Democratico
Il Cda di Finmeccanica, riunitosi il 27 marzo, ha provveduto alla nomina di Filippo Andreatta alla carica di Amministratore in sostituzione di Ernesto Monti, che aveva rassegnato le dimissioni il 28 febbraio scorso.