Allarme per i cristiani del Libano

Dal mondo

«Noi cristiani, sempre più isolati»


«Le zone abitate dai cristiani rischiano di rimanere quasi isolate»: lo dice padre Samuele Fahim, frate del convento dei francescani di Harissa, nel nord del Libano, che durante gli scontri ha ospitato più di 250 sfollati. Intanto i Vescovi maroniti lanciano l’appello: fermate l’esodo dei cristiani…


 

Il rischio, rientrata l’emergenza legata alla guerra, è che se ne apra subito un’altra: legata all’isolamento, alla mancanza di aiuti. «Le zone abitate dai cristiani rischiano di rimanere quasi isolate»: lo dice padre Samuele Fahim, frate del convento dei francescani di Harissa, nel nord del Libano, che durante gli scontri ha ospitato più di 250 sfollati negli spazi del suo convento, confermando le preoccupazioni delle organizzazioni umanitarie cattoliche per le condizioni della minoranza cristiana.
«La comunità cristiana – spiega ancora padre Fahim – in questi giorni di cessate il fuoco ha sofferto ancor di più della popolazione musulmana le pesanti conseguenze del conflitto».
Durante il bombardamento il convento aveva spalancato le porte a più di 250 sfollati libanesi di diverse religioni, ma soprattutto musulmani, a cui i francescani avevano fornito cibo e riparo senza ricevere alcun aiuto dall’esterno. «Tutto quello che abbiamo dato faceva parte delle nostre scorte – ricorda padre Fahim -, non abbiamo ricevuto nulla dagli aiuti umanitari».
La situazione si è normalizzata non appena è stato proclamato il cessate il fuoco. «Dopo che sono state deposte le armi, tutti gli sfollati hanno lasciato il convento per fare rientro nelle proprie case, preoccupati di andare a vedere cosa ne era stato». Ora, in attesa dell’arrivo della missione Onu, l’atteggiamento generale della popolazione è, secondo padre Fahim, molto fiducioso: «La gente vede che la situazione si sta risolvendo in maniera seria e crede nel ripristino della pace. Anche i soldati libanesi sono più sicuri e più calmi. La popolazione adesso è in attesa soprattutto delle iniziative di ricostruzione per poter riprendere le proprie attività, ma già l’arrivo degli aiuti umanitari ha portato un clima di fiducia crescente, così come il ritorno della benzina che mancava fino a poco tempo fa».
Intanto il Paese deve fare i conti con la scia di morte e distruzione che la guerra ha seminato. A Maruahin, nel Sud del Libano, ieri si sono svolti i funerali di 23 civilli uccisi 5 luglio in un raid israeliano. Le bare, che il giorno dopo il massacro erano state temporaneamente interrate in una fossa comune nella vicina città di Tiro, sono state recuperate e trasportate con delle ambulanze a Maruahin, un villaggio a maggioranza sunnita.
Infine i danni materiali. Secondo l’Unicef, sono più di 50 le scuole che sono state totalmente distrutte, mentre più di 300 quelle che hanno subito seri danni e 500 quelle inagibili. Secondo il ministro dell’Istruzione, Khaled Kabbani, I danni subiti dal settore ammontano a circa 70 milioni di dollari tra infrastrutture, attrezzature e forniture. Le scuole pubbliche saranno costrette a riaprire il 9 ottobre, con circa tre settimane di ritardo rispetto alla data prevista.
L’Avsi: «I soccorsi agli sciiti monopolizzati da Hezbollah»
In questa fase la comunità cristiana in Libano rischia di pagare le conseguenze più gravi. L’allarme è lanciato dall’Associazione volontari per il servizio internazionale (Avsi), impegnata sul territorio per sostenere il rientro della popolazione nelle abitazioni. E da Beirut, dove l’associazione coordina anche la distribuzione degli aiuti umanitari, il segretario Alberto Piatti denuncia: «La popolazione sciita sta ricevendo attualmente il sostegno degli Hezbollah, finanziati dall’Iran con 150 milioni di dollari». Una situazione che rischia di creare «un grosso squilibrio», che potrebbe arrecare disagi seri ai civili di diversa professione religiosa. I volontari cattolici, assicura Piatti, cercano di aiutare tutti, ma in relazione alle condizioni di maggiore vulnerabilità, presteranno particolare attenzione affinchè anche i cristiani possano riprendere possesso delle loro case. Le attività di sostegno ai civili riguardano anche la ricostruzione dei sistemi di irrigazione, specie nella zona del fiume Litani. L’intento è di garantire la ripresa di una minima attività agricola, e di salvaguardare il raccolto. Piatti, infine, rassicura sul pericolo di una emergenza sanitaria: «Il popolo libanese dimostra una straordinaria resistenza alla diffusione delle malattie».


Avvenire 25 agosto 06



Vescovi maroniti: fermate l’esodo dei cristiani
L’appello lanciato tramite AsiaNews si rivolge alle organizzazioni internazionali affinché soccorrano presto la popolazione libanese, aiutandola ad affrontare la riapertura delle scuole, la mancanza di medicine e l’inverno che si avvicina. Cristiani in fuga non per paura, ma per l’incertezza del futuro.


Beirut (AsiaNews) – I vescovi maroniti temono che con le distruzioni aree israeliane e il crescente fondamentalismo islamico, i cristiani abbandonino ormai in massa il Paese dei cedri. Per questo, attraverso AsiaNews, essi lanciano un appello, perchè le organizzazioni internazionali facciano presto a soccorrere la popolazione libanese aiutandola ad affrontare la riapertura delle scuole, la mancanza di medicine, e l’inverno che si avvicina.
Mons. Guy-Paul Noujem,vicario patriarcale maronita della diocesi di Sarba, intervistato da AsiaNews, ha espresso tutta la sua preoccupazione: “In questi giorni l’esodo dei cristiani è immenso. Se ne vanno perchè si sentono abbandonati”. Mons. Noujiem, ha deciso di creare nella sua diocesi una Cellula d’emergenza per combattere la crisi attuale. “Alla vigilia della riapertura delle scuole,  più della metà della popolazione non è in grado di mandare i figli nelle scuole private: qui in Libano le scuole statali sono inconsistenti”. Un’altra necessità urgente è quella degli anziani e degli ammalati “che non riescono a trovare delle strutture mediche capace di aiutarli”.
Anche mons. Paul Matar, arcivescovo maronita di Beirut, intervistato da AsiaNews, supplica “le
organizzazioni internazionali di intervenire al più presto per aiutare il nostro popolo indebolito per affrontare questa crisi prima dell’inizio dell’inverno”. Anche per mons. Matar il pericolo di un esodo di massa dei cristiani è reale: “Essi vogliono abbandonare il paese non a causa della paura, ma a causa del futuro incerto”.
Stamane mons. Matar ha visitato il quartiere sciita di Beirut, totalmente distrutto. “È necessario – ha aggiunto – cominciare a ricostruire il Paese, indebolito da settimane di bombardamenti feroci. Solo questo aiuterà i cittadini, cristiani e musulmani a rimanere in Libano”.
Mons Georges Bakouni, metropolita di Tiro dei greco-melkiti, per tutto il tempo della guerra fra Israele ed Hezbollah è rimasto nella sua diocesi presa di mira dagli attacchi aerei israeliani. Almeno 15 chiese sono state distrutte nei bombardamenti. “Israele – dice – ha voluto bombardare le nostre chiese , i nostri villaggi perché vuole svuotare il Libano dei cristiani”. Mons. Bakouni
Ha chiesto a tutti i suoi fedeli sfollati durante le scorse settimane di “rientrare nelle loro case, per testimoniare che il Libano non morirà. Non abbandoneremo mai il Libano nelle mani di Israele o dei musulmani. Siamo giunti in questa terra molto prima di loro e vogliamo convivere con tutti”.
Il Libano, considerato da sempre l’unico rifugio dei cristiani in Medio-Oriente, e l’unico ponte tra l’Oriente “musulmano”e l’Occidente “cristiano”, rischia ormai di spopolarsi e di svuotarsi dei cristiani.
Nel 1932, data del primo ed ultimo censimento, la popolazione libanese era al 63% costituita da cristiani, in maggioranza maroniti; il 35% era di musulmani; il 2% di altre piccole minoranze.
Le stime attuali dicono che i cristiani sono divenuti meno del 32%. L’enorme calo è dovuto a molti fattori: la creazione dello Stato d’Israele nel 1948, con le conseguenti guerre tra Israele ed alcuni paesi arabi;  lo sviluppo parassitario del fondamentalismo islamico; la negligenza dei cristiani d’occidente verso di loro. A tutte queste ragioni, si sono aggiunti il carovita – cresciuto enormemente negli ultimi anni – e l’instabilità politica. Fra i paesi di destinazione dell’esodo si contano l’Europa settentrionale (soprattutto caldei e assiri), l’America e l’Australia (per maroniti, melkiti, ortodossi e armeni).


di Youssef Hourany
AsiaNews 25 Agosto 2006