Addio a don Giussani, padre di Cl

Vita: altri temi

Corriere della Sera, 23 febbraio 2005


Il fondatore di Comunione e liberazione aveva 82 anni. La religione come militanza politica e sociale


Addio a don Giussani, padre di Cl


A Milano migliaia di persone davanti alla camera ardente. Ciampi: una lezione di vita



E’ morto ieri don Luigi Giussani, il sacerdote fondatore del movimento ecclesiale Comunione e liberazione (Cl). Aveva 82 anni ed era malato da tempo. Migliaia di persone a Milano hanno voluto visitare la camera ardente.



La madre era operaia, il padre socialista. L’inizio come insegnante al Berchet: comunisti e fascisti si riunivano sempre, dei cattolici non c’era traccia.


” Cara beltà che amore / lunge m’inspiri.. “. Il “Gius” aveva quindici anni, faceva la prima liceo al seminario di Venegono, nel varesotto, e per la verità Leopardi lo sapeva a memoria da tempo. Ma quella volta rilesse Alla sua donna come una preghiera che avrebbe ripetuto quando faceva la comunione, “essendo espressione del genio, questi versi non possono essere che profezia”, in questo caso “la profezia di quello che il Signore aveva già compiuto: in fondo l’aspirazione di Leopardi era di vedere con gli occhi e di toccare con le mani la Bellezza fatta carne, il Verbo”. Forse ancora non sapeva che Dostoevskij aveva scritto: “La bellezza salverà il mondo”, ma in fondo è la stessa certezza che lo ha accompagnato per tutta la vita a contrastare il timore di un “disastro” imminente per la Chiesa e l’idea d’un cristianesimo astratto ridotto all’insignificanza. Il 15 ottobre, nel giorno del suo ottantaduesimo compleanno e alla vigilia delle celebrazioni per i cinquant’anni di Comunione e liberazione, monsignor Luigi Giussani aveva spiegato al Corriere come proprio dallo “stupore” dovesse iniziare tutto: “La mia partenza ha preso le mosse come “passione per”, come “amore”…”. Era malato da anni, verso la fine le parole si confondevano ai sospiri, la voce sempre più roca. Però, in quell’ultima intervista, diceva: “La fede è una vita e non un discorso sulla vita, perché Cristo ha cominciato a “balzare” nell’utero di una donna!”. Lui era nato nel ’22, a Desio, e l’essenziale glielo avevano spiegato i genitori. C’era la fede di mamma Angelina che fino al matrimonio aveva fatto l’operaia tessile, “mi raccontava le parabole del Vangelo e io capivo che si trattava di cose avvenute”, la fede rocciosa dei brianzoli. E c’era il carattere di papà Beniamino, socialista con tendenze anarchiche e intagliatore di legno, appassionato di arte e musica (se il piccolo Luigi la faceva grossa, gli cantava dalla Traviata : ” Tu non sai quanto soffrì/ il tuo vecchio genitor! “) che non si stancava di ripetergli: “Datti ragione di tutto”. Così per don Giussani esisteva la fede come “avvenimento” e la necessità di “sperimentarla”, di farsene una ragione: “Per capire se un vino è buono, l’unica è provarlo”. Tutto era cominciato da un viaggio in treno verso Rimini, dall’incontro con un gruppo di ragazzi “che non sapevano nulla del cristianesimo”. Gli venne in mente una domanda di T. S. Eliot che avrebbe ripetuto infinite volte: “È l’umanità che ha abbandonato la Chiesa o è la Chiesa che ha abbandonato l’umanità?”. Pochi mesi più tardi, nell’ottobre del ’54, quel prete trentenne aveva ottenuto di lasciare l’insegnamento in seminario e saliva i gradini del liceo Berchet, tra i rampolli della buona borghesia laica di Milano. Dopo la prima lezione in I E, circondato dagli studenti, il “Gius” stava già discutendo in corridoio con il professore di filosofia che sosteneva l’assoluta distinzione tra ragione e fede: “Io le dico che l’America c’è, a prescindere dal fatto che l’abbia vista, secondo lei è razionale affermare questo oppure no?”. Tornava a casa arrabbiato “perché i comunisti si radunavano sempre, i fascisti si radunavano sempre e dei cattolici non c’era traccia”. Non era il tipo da cedere: “Quando insegnavo in prima liceo, per dimostrare l’esistenza di Dio andavo da casa mia al Berchet con in braccio un giradischi, allora c’erano quelli grossi col trombone, mi trascinavo questo grammofono e facevo sentire Chopin, Beethoven…”.


Perché “nell’inizio c’è già tutto” e in quell’inizio si capisce come sia stato possibile che i “quattro scugnizzi” che lo seguirono nella prima sede di via Statuto 2 siano confluiti nella “nuova” Gioventù Studentesca (che era già stata fondata da Giancarlo Brasca, nel ’45) e dal ’69 in Comunione e liberazione, fino a moltiplicare il movimento in 70 Paesi sparsi nel mondo. L’intuizione decisiva era semplice: bisognava uscire dalle parrocchie e ricominciare il lavoro educativo dalle scuole, così quel prete dalla faccia asimmetrica e l’eterno basco in testa incrociava i ragazzi e chiedeva: “Ma il cristianesimo è presente, qui?”. Quelli si mettevano a ridere o, basiti, rispondevano “no”. E lui: “Allora, o la fede in Cristo non è vera, oppure richiede una modalità nuova”. Non era questione di organizzazione ma di metodo, “ci seguiva uno a uno, ci invitava a parlare con lui, ci veniva a prendere a casa coinvolgendo anche i nostri genitori, dava sempre a ciascuno qualcosa da fare”, ha ricordato una ragazza di allora, Anna Ferrari. Giussani insiste: vivere seguendo Cristo è vivere meglio, è come vivere cento volte tanto. Da Il senso religioso del ’57 i suoi libri si contano a decine e sono tradotti in buona parte del mondo. Il suo pensiero non è affatto semplice ma trascina. Se Cristo è “il criterio esplicativo del reale” tutto ne risulta coinvolto, dice, ci si deve aprire a tutta la realtà: la propria esperienza, l’incontro con gli altri, le lezioni e le conferenze scandite, l’arte, la letteratura, il teatro, la musica, le gite, la preghiera. E i gruppi crescono, i ragazzi del “Gius” si moltiplicano combattivi nelle scuole e nelle università. Don Giussani avrebbe insegnato al Berchet per dieci anni, dal 1964 al 1990 terrà la cattedra di Introduzione alla Teologia all’università Cattolica. Sono gli anni del grande gelo con il rettore Giuseppe Lazzati e l’Azione Cattolica. Entrano in gioco due diverse idee di cristianesimo e don Giussani non è certo tenero, a proposito del “cattolici cosiddetti democratici” parla di “dualismo” tra fede e realtà sociale e dice: “Una fede che non investe la totalità del soggetto non può non diventare astratta”. Eppure riconoscerà a Lazzati un debito intellettuale che risale al fatidico ’54, a Gressoney lo sentì dire: “Quando ho incontrato Cristo mi sono scoperto uomo”. Negli anni Settanta il Movimento Popolare diventa una sorta di “braccio politico” di Cl, il clima è caldo, capita che qualcuno si prenda delle legnate. Nel ’76 sarà proprio “il Gius” a mettere in guardia i ragazzi dall’ideologia: “Non siamo entrati nella scuola cercando un progetto alternativo ma con la coscienza di portare Cristo, il nostro scopo era la presenza”.


Da arcivescovo di Milano, Giovanni Battista Montini era perplesso, “non capisco le sue idee e i suoi metodi, ma vada avanti così”, glielo avrebbe ripetuto come Papa Paolo VI: “È questa la strada”. Karol Wojtyla ha conosciuto Cl fin dai tempi di Cracovia e nel 2002, per il ventesimo anniversario del riconoscimento pontificio della Fraternità, ha scritto a don Giussani: “Il movimento vuole indicare non una strada, ma la strada (…) e la strada è Cristo”.


Però il “don Gius” è stato anche un personaggio scomodo, talvolta guardato con diffidenza dalle curie. È diventato monsignore solo nell’83, a 61 anni, ad ogni concistoro si diceva invano che fosse tra i candidati alla porpora cardinalizia. Intanto gli anni Settanta sono acqua passata, l’ultimo Meeting di Rimini ha chiuso il lungo percorso di avvicinamento con Azione Cattolica e gli altri movimenti, i ciellini sono i primi a notare come il clima intorno alla Fraternità sia diverso. Alla vigilia di Rimini, don Giussani aveva chiamato “accanto a sé” alla guida di Cl un sacerdote spagnolo di 54 anni, don Julián Carrón, figlio di contadini e docente di Nuovo Testamento, prima di incontrare Cl anche lui aveva fondato un movimento.


Di certo è difficile cogliere l’essenziale di un uomo così complesso. Però quand’era bambino gli capitò di accompagnare la madre a messa, prima dell’alba, erano le cinque e mezzo e lui s’era incantato a osservare l’ultima stella del mattino: “Mia madre, mentre io guardavo, mi disse: “Come è bello il mondo e come è grande Dio!” È stato uno di quei momenti che contengono la chiave di volta per tutta la vita. “Come è bello il mondo” vuol dire: non è inutile vivere, non è inutile fare, lavorare, soffrire; non è negativo morire, perché c’è un destino. “Come è grande Dio!”: il grande è ciò a cui tutto fluisce, il Destino”.



Gian Guido Vecchi