A proposito delle campagne di prevenzione dell’AIDS

Famiglia: politiche familiari

Di fronte alla strage che l’AIDS compie ogni anno in tanti Paesi (l’OMS riporta come dato mondiale 5,8 milioni di nuovi infetti nel 1998 e 13,9 milioni di morti dall’inizio dell’epidemia, mentre in Italia i dati dell’Istituto Superiore di sanità riferiscono che circa 29.000 pazienti diagnosticati sono morti dall’inizio dell’epidemia alla fine del 1998), è giusto e doveroso che tutti si pongano il problema di una efficace prevenzione e che le famiglie, le comunità educative e gli Organismi dello Stato, esprimano, coscienziosamente e meditatamente, una linea di educazione sanitaria inserita nell’orizzonte di una educazione globale della persona e nella ricerca obiettiva del bene comune.

Tutto dipende, però, dal punto di vista con cui si affronta il problema. Di fatto, le prospettive sono diverse.


Una prima visione del problema è quella di chi si preoccupa prevalentemente di evitare il rischio d’infezione. Tale rischio, come si sa, è legato soprattutto al contatto con il sangue tramite l’uso di siringhe infette (soprattutto con lo scambio di siringhe fra tossicodipendenti) e ai rapporti sessuali con persone infette.


Anche in questa ottica, comunque, si dovrebbe mettere in primo piano una linea pedagogica che risulti la più efficace e che consista nell’evitare i comportamenti a rischio. Se si vuole essere sicuri di non contrarre l’AIDS la via più certa è il comportamento adeguato: evitare di “bucarsi” per assumere droghe, già per sé comunque dannose, ed evitare i comportamenti sessuali libertari. Negli Stati Uniti si utilizza, anche da parte dei consultori laici, lo slogan “chastity before marriage, fidelity in marriage”.


Chi potrebbe negare che questa sia la via più garantita e chi potrebbe rimproverare a un’autorità, per quanto laica, di proporre prima di tutto questa via?


Di fronte a chi non volesse accettare questi limiti nonostante la serietà del problema, sarebbe comunque doveroso richiamare che, rispetto all’AIDS, pure “il preservativo non preserva sempre”, dato che è documentata una notevole percentuale di fallimento (10-15%). È bene non dimenticarlo.


Si potrebbe obiettare che la diminuzione statistica del rischio basterebbe di per sé a giustificare l’invito ad usare il preservativo, soprattutto per coloro che non sono, in tutto o in parte, capaci di autocontrollo. A tale riguardo, tuttavia, si deve osservare che, se tutta la strategia di prevenzione si basa sull’uso del preservativo, questo finisce per avere sui singoli e sulla psicologia di massa l’apparenza di un “toccasana”, con effetto ulteriormente liberalizzante e dunque con la conseguenza di una crescita complessiva dei casi di rischio e della popolazione a rischio. In realtà, il ricorso al preservativo come unica via di prevenzione è inadeguato e in definitiva fallace.


Ma c’è una seconda visione del problema: quella di chi assume il punto di vista di una antropologia globale della persona, nella quale si iscrivono i valori della salute e della sessualità, con un necessario riferimento al valore del matrimonio e della famiglia (valori presenti anche nella Costituzione Italiana). In quest’ottica, il discorso sui comportamenti orientati al rispetto della corporeità propria e altrui, la presentazione della sessualità come valore legato alla procreazione e alla famiglia fondata sul matrimonio e l’accento sulla responsabilità, portano a sottolineare l’esigenza di un autocontrollo personale e di una levatura morale che non sono estranee alle aspirazioni dei nostri giovani. La fede cristiana impreziosisce questi valori, ma essi sono inscritti nella coscienza di ogni persona e sono “laicamente validi”, perché giustificati dai beni tutelati.


Non vogliamo parlare di coloro che si pongono in una prospettiva puramente libertaria e di facilitazione edonistica e permissiva, attenendosi allo slogan del “sesso libero e sicuro”: è questo, infatti, un programma che, grazie a Dio, non sembra più di moda, non avendo trovato credito presso alcuna Autorità responsabile, neppure negli Stati più liberali.


È molto importante tuttavia che la nostra società non presenti come rimedio ai mali sociali (quello dell’AIDS è uno dei più gravi, ma non il solo) la prospettiva del “piano inclinato” fatto di abdicazione. Ciò è purtroppo nello stile di una società che è propensa ad assumere comportamenti edonistici niente affatto garantiti per la salute, per poi chiedere al farmaco e al medico di porre rimedio ai danni provocati: così avviene negli eccessi dell’alcolismo e dell’alimentazione, come anche nello stordimento notturno dei nights.


Il principio di tolleranza, cui si fa spesso appello, valido per la libertà di pensiero e per le idee politiche, non può essere assunto come giustificativo – quanto meno senza preavviso circa i danni – per i comportamenti che mettono a rischio la vita dei cittadini, tra i quali molti sono giovanissimi.


Si tratta allora di porsi la domanda: da quale punto di vista vogliamo considerare il problema dell’educazione sanitaria e della prevenzione dell’AIDS?


Vorremmo che non ci fossero dubbi sull’apporto leale della Chiesa, la quale vede questo problema nell’orizzonte della salute globale della persona e della salvaguardia del bene della famiglia. Essa ha comprensione della complessità del problema, nonché della sua gravità, e sa che è necessaria molta misericordia e solidarietà anche verso coloro che hanno sbagliato ed hanno subito i danni di una società malata, di cui talora sono stati le vittime.


Ponendoci, tuttavia, di fronte al problema concreto dei ricorso a mezzi didattici per uso delle scuole e per la televisione di massa, non chiediamo certamente troppo se domandiamo che, come prima proposta educativa in fatto di prevenzione dell’AIDS, sia presentata quella di evitare i comportamenti a rischio, nell’ottica di una sessualità pienamente umana e orientata al matrimonio. Se è doveroso pensare con senso di misericordia a quanti sono già malati o sieropositivi, è altrettanto doveroso pensare ai bambini e ai giovani che ancora sono in tempo ad evitare ogni rischio, anche quello che si prospetta in percentuale piuttosto limitata.


È nella natura del fatto educativo orientare i giovani verso il massimo dei valori e non verso il minimo.


+ Mons. Elio Sgreccia
(da l’Osservatore Romano di venerdì 25 giugno 1999)