A chi interessa tanto fumo?

Vita: politiche di bioetica

Fecondazione: Dati mascherati. A proposito della «crudeltà» di una legge che arbitrariamente imporrebbe di limitare a tre gli embrioni da trasferire nel corpo materno, riducendo in tal modo le possibilità di ottenere una gravidanza, è singolare come nel dibattito di questi mesi siano passate sotto totale silenzio le ragioni mediche di questa scelta.

Un rapporto pubblicato da Lancet nel febbraio 2002 a firma di alcuni ricercatori dell’Università svedese di Uppsala, la prima a monitorare fin dal 1982 le gravidanze da fecondazione assistita, si conclude con questa raccomandazione: «Sarebbe opportuno non impiantare mai più di un embrione per volta». Ora, Uppsala non è il Vaticano, e la Svezia è anzi un Paese assai laico, e dunque ci devono essere delle ragioni ben concrete per arrivare a tali conclusioni.


Le ragioni sono, si legge nella ricerca, che esaminando un gruppo di 5680 bambini concepiti con fecondazione artificiale e quindi trasferiti in utero allo stadio embrionale, in un sottogruppo di 2060 gemelli sono stati notati disordini neurologici in misura tre volte maggiore che nella popolazione «normale». Non è colpa della provetta, si sono affrettati a chiarire i ricercatori, ma delle gravidanze plurime indotte nella speranza che almeno un embrione attecchisca. Tali gravidanze si concludono spesso con un parto gravemente prematuro, anteriore alle 32 settimane di gestazione. Ogni gravidanza plurima, dunque, comporta rischi di parto prematuro, a sua volta foriero di potenziali danni per il bambino.


Ma, nella fecondazione artificiale, l’impianto di tre embrioni è la norma, e anzi oggi si protesta perché ne sono ammessi solo tre. A Parigi l’Inserm, Istituto nazionale della salute e della ricerca medica, ha il monitoraggio della fecondazione assistita in un Paese – la Francia – in cui queste pratiche sono da tempo garantite dal servizio sanitario. Tutto si svolge alla luce del sole, e ci sono quelle statistiche che da noi finora mancavano.


Nell’autunno scorso il direttore del reparto di prematurità neonatale dell’Inserm, dottor Jacques De Mouzon, ha dichiarato a Avvenire che, dei 4500 parti da fecondazione assistita che avvengono mediamente oltralpe in un anno, il 25% sono prematuri, anche se l’incidenza più forte riguarda – come si è detto – i parti plurimi. Di questi 4500 neonati, il 6% rientra nella prematurità grave, un rischio che nelle gravidanze fisiologiche non supera l’1%. La prematurità, a sua volta, comporta rischi di danni più o meno gravi secondo le settimane di gestazione raggiunte. A 25 settimane il rischio è del 25%, a 32 dell’8%. Il consiglio dei neonatologi oggi, concludeva il medico, è di impiantare mai più di due, e possibilmente un solo embrione.


Questo, da Uppsala a Parigi, dicono i maggiori esperti. L’affollamento innaturale di embrioni può procurare danni a quanti nasceranno. A meno che, certo, passati un paio di mesi non si proceda a decidere quale creatura cresce meglio, e a sopprimere le altre. Si chiama, garbatamente, «selezione delle camere», e non se ne discute troppo. Altrimenti, già con tre si va incontro a problemi statisticamente rilevanti. I ricercatori: uno, o non più di due. Crudele legge, penalizza le donne, sentiamo gridare da mesi. Ma in base a quali dati? E perché tanto fumo a ostacolare la conoscenza reale delle questioni?


Marina Corradi
© Avvenire 12/02/2003