A 60 anni dal voto anticomunista

Dal mondo

18 APRILE 1948

Il voto popolare anticomunista ha salvato l\’Italia ma è stato "dimenticato" dai vincitori. La data di nascita dell\’Italia moderna, la vittoria elettorale forse più eclatante di tutta la storia della Repubblica, un evento incruento, autenticamente popolare, capace di evocare ideali nobili e autenticamente percepiti dalla maggioranza della popolazione, è stato infatti completamente dimenticato dagli stessi protagonisti e dai loro eredi. Esame di un’«anomalia» italiana…

di Marco Invernizzi

 

Bisogna anzitutto "entrare" nell\’epoca successiva alla seconda guerra mondiale per poter comprendere il 18 aprile e il suo insegnamento. Si tratta di un tempo storico per molti versi lontanissimo dall\’attuale, cioè dall\’epoca successiva alla caduta del Muro di Berlino (1989) e alla fine dell\’Unione Sovietica (1991), ma anche all\’attentato alle Torri Gemelle di New York (2001). Tuttavia, alcuni elementi di somiglianza permangono e fra questi, in particolare, la "questione comunista", che occupava la scena nel 1948 e rimane ancora importante in Italia, sessant\’anni dopo, se è vero che due partiti comunisti e uno post-comunista hanno governato fino a poche settimane fa il Paese e forse soltanto in seguito alla caduta (e al fallimento del progetto) del governo presieduto da Romano Prodi saranno definitivamente esclusi dalla possibilità di ritornare a governare.
In quell\’epoca, appunto, la questione comunista dominava la scena. Terminata quella parte della "guerra civile europea" che aveva affranto l\’Europa dall\’inizio della Grande Guerra (1914) nel conflitto fra il nazionalsocialismo tedesco e il fascismo italiano contrapposti all\’Urss di Stalin e alle democrazie occidentali, si proponeva il nuovo conflitto fra queste due componenti. Mentre i Paesi dell\’Europa orientale cadevano sotto l\’egemonia di Mosca, attraverso colpi di Stato comunisti in Cecoslovacchia, Ungheria, Bulgaria, Albania, Romania, in Italia il Pci veniva "orientato" da Palmiro Togliatti (1893-1964), rientrato da Mosca nel 1944, alla costituzione di un "partito nuovo", capace di conquistare l\’egemonia culturale del Paese cambiando il senso comune degli italiani, pur mantenendo sempre aperta la possibilità di un confronto armato, come molti comunisti avevano sognato durante la Resistenza.
Le prime elezioni politiche dopo la fine del conflitto mondiale avvennero nel giugno 1946 per eleggere i membri dell\’Assemblea costituente che avrebbe dotato il Paese di una Costituzione; contemporaneamente si svolse il referendum istituzionale con la vittoria di misura della Repubblica e con probabili brogli. I due risultati spaventarono il mondo dei moderati, perché il Pci e il Psi insieme avevano più voti della Dc e la forza organizzativa del primo, collaudata dalla Resistenza, e con una struttura clandestina di tipo militare che non era stata smantellata, rappresentava una vera minaccia. Anche il Pontefice Pio XII (1939-1958) temeva per la Chiesa italiana qualcosa di simile a quello che stava capitando alle diverse "Chiese del silenzio" nei Paesi dell\’est, così come era accaduto a ortodossi e cattolici in Russia dopo la Rivoluzione del 1917. La garanzia che gli Stati Uniti non avrebbero permesso al Pci un colpo di Stato, come nei Paesi oltre la Cortina di ferro che divideva l\’Europa, era fondata anche sul precedente greco, dove i comunisti insorti erano stati sconfitti dalle truppe inglesi nel 1944/1945, ma qui in Italia si trattava di elezioni, cioè del rischio che i socialcomunisti conquistassero democraticamente il governo.
Le divisioni interne al mondo cattolico
Il mondo cattolico si presentò al confronto elettorale, previsto per il 18 aprile 1948, unito come forse mai più si verificherà nella storia nazionale. E mai più si verificherà una mobilitazione così capillare con un coinvolgimento della Chiesa diretto ed esplicito. La Santa Sede, e con essa i vescovi italiani senza apparente eccezione, riteneva questo evento non una tornata elettorale ordinaria, seppur importante, ma una scelta di civiltà, che avrebbe deciso l\’appartenenza dell\’Italia al mondo libero, anticomunista, occidentale e cristiano, oppure la avrebbe condotta a sperimentare un governo socialcomunista, eletto e quindi democraticamente ineccepibile. E se così fosse andata a finire, è difficile immaginare cosa si sarebbe potuto verificare. Ma i timori della vigilia verranno smentiti dai risultati. La Dc, sostenuta dal mondo cattolico, da quello liberale non laicista, da molti elettori di destra che la scelsero come "diga anticomunista", conquisterà una vittoria memorabile, ottenendo la maggioranza assoluta dei deputati.
Ma i veri protagonisti dell\’evento erano stati i Comitati Civici, voluti da Pio XII tre mesi prima delle
elezioni di fronte alla debolezza culturale e organizzativa della Dc e affidati a un medico di fama mondiale nel campo della genetica, Luigi Gedda (1902-2000), vicepresidente dell\’Azione cattolica. La macchina organizzativa dei Civici, come verranno poi chiamati, permetterà alla Dc di guadagnare quasi cinque milioni di voti rispetto alle elezioni del 1946 e a Gedda di diventare la figura di riferimento del cattolicesimo nazionale. Fin da subito i Civici entreranno in rotta di collisione con il partito. In effetti, nel mondo cattolico italiano vi erano tre differenti posizioni culturali, che si distinguevano soprattutto per la risposta che davano al rapporto con la modernità, cioè su come comportarsi di fronte al Paese uscito dal Risorgimento, scristianizzato, ostile o indifferente all\’evangelizzazione e nemico della civiltà cristiana.
I Comitati Civici esprimevano un cattolicesimo che voleva continuare la presenza nel Paese del movimento cattolico organizzato prima nell\’Opera dei Congressi (1874-1904), poi nell\’Unione Elettorale (1905-1919) e quindi nell\’Azione Cattolica; un movimento che aveva prima organizzato il "paese reale" contro quello "legale" (la minoranza al potere dello Stato), poi, attraverso la partecipazione al voto, aveva cercato di porsi alla guida del Paese dall\’interno delle istituzioni. Il modo di operare di cattolici così costruiti rendeva difficile la coesistenza con un partito aconfessionale, autonomo rispetto al movimento cattolico, diviso sostanzialmente in due componenti. La prima era composta dagli antichi esponenti del Partito popolare di don Luigi Sturzo (1871-1959) e da quei deputati che provenivano dall\’Azione Cattolica e faceva capo ad Alcide De Gasperi (1881-1954); rappresentava la maggioranza del partito (un partito non ancora di massa, senza un radicamento territoriale che cominciò ad avere soltanto dopo la morte di De Gasperi, e che fino al 1954 si appoggiò alle strutture del mondo cattolico), ma non aveva uno specifico progetto culturale che non fosse quello di governare lo Stato, secondo l\’ottica pragmatica del suo leader, forse l\’unico autentico statista della storia italiana. Uno statista non senza difetti, che entrerà in contrasto con Gedda e con lo stesso Pio XII forse proprio perché non aveva un progetto culturale che andasse oltre la corretta amministrazione dello Stato e per la sua opposizione a qualsiasi collaborazione della Dc con le destre, come avverrà nel 1952, a Roma, in occasione dell\’«Operazione Sturzo», ma statista perché, pur sfruttando il principio dell\’unità politica dei cattolici nell\’unico partito democristiano, non permetterà a quest\’ultimo di occupare lo Stato, come avverrà progressivamente dopo la sua morte. A De Gasperi, nella Dc, si opponeva la sinistra guidata da Giuseppe Dossetti (19131996), al quale facevano capo i cosiddetti professorini, cresciuti in Università Cattolica, Giuseppe Lazzati (1909-1986), Amintore Fanfani (1908-1999) e, con una storia e caratteristiche un po\’ diverse, Giorgio La Pira (1904-1977). La loro prospettiva era più marcatamente improntata al desiderio di costruire una nazione che, attraverso l\’intervento dello Stato, potesse risolvere i problemi della povertà e delle ingiustizie in generale. Era una prospettiva "statalista" – come è stato felicemente dimostrato dai recenti studi sui documenti d\’archivio della Università Cattolica da parte di un\’attenta docente di Storia contemporanea, Maria Bocci – nel senso che riteneva che lo Stato dovesse con la sua forza cambiare volontaristicamente la società. Nascerà così l\’equivoco della Dc che andrà a "occupare" lo Stato dopo il 1954, invece di aiutare la società a crescere, nel rispetto del principio di sussidiarietà. Queste tre posizioni, i Civici, la Dc di De Gasperi e quella di Dossetti, daranno vita a un confronto aspro, a volte pubblico e dannoso, che aveva anche ripercussioni ecclesiali come quando, nel corso degli anni Cinquanta, per due volte consecutive il presidente del ramo giovanile dell\’Azione cattolica, prima Carlo Carretto (1910-1988), poi Mario Rossi (1925-1976), dovettero lasciare la carica perché in dissidio esplicito con Gedda e con Pio XII.
I Civici verranno "silenziati", come dirà Gedda, nel corso degli anni Sessanta e in particolare la persona di Gedda verrà sottoposta a una sorta di damnatio memoriae, in particolare dentro l\’Azione Cattolica, dopo la cosiddetta "scelta religiosa" successiva al 1963. I motivi di tanto accanimento sono diversi: un rifiuto ideologico verso una posizione nitidamente anticomunista e per un cattolicesimo che oggi chiameremmo "identitario" e missionario, lontano dalla prospettiva che riteneva ingiusto e impossibile tentare di costruire una società cristiana, che diverrà prevalente nel mondo cattolico nel corso degli anni Sessanta, anche in seguito all\’interpretazione del Vaticano II come Concilio di "rottura" rispetto alla Chiesa precedente.
Il partito di ispirazione cristiana tentò di coinvolgere Gedda proponendogli più volte una candidatura "sicura" (nel collegio senatoriale di Viterbo), ma Gedda sempre rifiutò per garantirsi la libertà di giudizio, come scriverà anche nel suo testamento spirituale.
L\’anomalia
Questi fatti e queste divisioni interne al mondo cattolico crearono una situazione che probabilmente non si è verificata in nessuna altra parte del mondo. I vincitori della grande battaglia di civiltà del 18 aprile 1948 non l\’hanno mai celebrata e ancora oggi non sono state prodotte ricostruzioni storiche importanti dell\’evento. Non solo, ma il 18 aprile non è stato fatto oggetto di un\’analisi importante, se non forse dai vinti, come ha riconosciuto lo stesso Pietro Scoppola (1926-2007). Così, la data di nascita dell\’Italia moderna, la vittoria elettorale forse più eclatante di tutta la storia della Repubblica, un evento incruento, autenticamente popolare, capace di evocare ideali nobili e autenticamente percepiti dalla maggioranza della popolazione, è stato completamente dimenticato dagli stessi protagonisti e dai loro eredi. Una vera e propria anomalia. Sessant\’anni dopo è necessario riportare alla luce e all\’attenzione questi fatti e i loro protagonisti, spesso "messi in un angolo" e umiliati dai vincitori. Fra di loro non si trova soltanto il protagonista, Luigi Gedda, oppure l\’arcivescovo di Pompei, mons. Roberto Ronca (1901-1977), l\’animatore del movimento Civiltà Italica, artefice di una lista locale dedicata al beato Bartolo Longo (1841-1926) che mandò all\’opposizione la Dc, ma anche decine di migliaia di militanti, sconosciuti, che nei decenni successivi al 1948 hanno combattuto e sofferto per mantenere vivo lo spirito del 18 aprile.

Bibliografia
MARCO INVERNIZZI (a cura di), 18 aprile 1948. L’«anomalia» italiana, Ares, 2007.
MARCO INVERNIZZI e PAOLO MARTINUCCI (a cura di), Dal “centrismo” al Sessantotto, Ares, 2007.
LUIGI GEDDA, 18 aprile 1948. Memorie inedite dell’artefice della sconfitta del Fronte Popolare, Mondadori, 1998.
GIUSEPPE BRIENZA, Identità cattolica e anticomunismo nell’Italia del dopoguerra. La figura e l’opera di mons. Roberto Ronca (con Presentazione del card. Fiorenzo Angelini e Prefazione di M. Invernizzi), D’Ettoris. 2008.

Il Timone n° 72 aprile 2008

 

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