6 ragioni ragionevoli per dir no ai Pacs

Famiglia: coppie di fatto

COPPIE DI FATTO DISCRIMINATE?… ECCO UN EQUIVOCO DA CHIARIRE!


Lasciamo da parte la religione. E mettiamoci nei panni di una nazione, cioè i nostri: di cittadini che hanno a cuore il meglio. E conteggiamo diritti e doveri. Mostrando e dimostrando che un conto è rispettare le scelte private, un altro anteporle al bene di tutti. è proprio lo Stato liberale che deve dire no.

Cercherò di svolgere alcune critiche laiche, accessibili mediante la ragione umana (dunque non governate dalla fede e dalla religione) che si possono muovere ai progetti d’istituzione dei Pacs (Patti civili di solidarietà). Enuncio in partenza una tesi: lo Stato non deve proibire le scelte private di coloro che praticano queste forme di unione, però non deve dare un riconoscimento pubblico a queste scelte private.
1. Chi discrimina chi
Secondo i fautori dei Pacs i conviventi sono discriminati rispetto ai coniugi. In realtà con i Pacs avviene proprio il contrario: sono i coniugi a essere discriminati, perché si sono formalmente assunti obblighi (per esempio il dovere di coabitazione, di curare il coniuge, di educare il figlio anche se non è proprio, di contribuire ai bisogni della famiglia, di mantenimento o di versare gli alimenti in caso di separazione o divorzio) e responsabilità verso il coniuge e i figli, di cui si può esigere giuridicamente l’adempimento.
Al contrario, nelle convivenze il rispetto degli obblighi è lasciato all’arbitrarietà dei conviventi. Perciò, riconoscendo queste unioni, lo Stato attua un atto giuridico a senso unico, perché si assume delle obbligazioni verso i conviventi, mentre questi non ne assumono alcuna, riconosce loro diritti e facilitazioni (per esempio incentivi per comprare la casa, o la pensione di reversibilità, l’accesso all’edilizia popolare, ecc.) senza esigere in cambio i doveri che invece esige dai coniugi.
È vero che alcune proposte di legge sui Pacs accennano a doveri dei conviventi, ma finché questi non saranno in tutto e per tutto equivalenti a quelli dei coniugi, non c’è alcun motivo che lo Stato riconosca ai conviventi i medesimi diritti dei coniugi. Se d’altra parte i doveri fossero equivalenti, i Pacs sarebbero uguali al matrimonio, quindi che senso avrebbe dar loro un nome diverso?
2. L’interesse generale
Lo Stato deve incentivare e promuovere le forme di vita che contribuiscono al bene comune: ebbene, il maggiore e principale contributo al bene comune è costituito dalla procreazione e dall’educazione dei figli, che assicurano la continuazione e la sopravvivenza di una società. Come dice Aristotele, «L’amicizia tra marito e moglie […] è naturale: l’uomo, infatti, è per sua natura più incline a vivere in coppia che ad associarsi politicamente, in quanto la famiglia è qualcosa di anteriore e di più necessario dello Stato» (Etica Nicomachea, 1162a 16-19). Non c’è dubbio che il contesto più propizio per la nascita, la crescita e l’educazione di un nuovo essere umano sia una forma di relazione caratterizzata dall’amore, dalla stabilità e dalla coesione dei suoi membri.
Queste condizioni si ritrovano solo nel matrimonio tra coniugi eterosessuali. Infatti le convivenze sono per loro natura caratterizzate (con poche eccezioni) dalla volubilità, sono intenzionalmente di breve durata e costituite da persone che non si impegnano con vincolo a rimanere unite. Queste unioni, quindi, a causa della loro strutturale instabilità, non rappresentano un ambiente favorevole alla crescita ed all’educazione dei figli.
Maggie Gallagher e Linda Waite hanno dimostrato (cfr. The Case for Marriage, Doubleday 2000) che gli uomini che convivono sono 4 volte più infedeli dei mariti, e le donne conviventi tradiscono 8 volte di più delle mogli. Il National Marriage Project, un gruppo di ricercatori della Rutgers University (Usa), ha svolto di recente indagini sociologiche da cui risulta che su 4 bambini nati da coppie di fatto, 3 subiscono la rottura dell’unione dei loro genitori prima dei 16 anni di età, finendo così col vivere con un solo genitore.
Una ricerca di Susan Brown – sociologa della Bowling Green State University, Ohio (Usa) – ha inoltre evidenziato che i figli di coppie conviventi soffrono di disordini psicologici (asocialità, depressione, difficoltà di concentrazione) più frequentemente rispetto a quelli che hanno genitori sposati. Inoltre i casi di violenza domestica sono molto più frequenti tra le coppie di fatto che tra quelle coniugate e la depressione ha un’incidenza 3 volte maggiore tra i conviventi che tra gli sposati. Anche Gallagher scrive che i conviventi sono più depressi, ansiosi e psicologicamente stressati degli sposati; il 40% degli sposati si dichiara «molto felice della vita» contro il 25% dei conviventi.
Venendo poi alle unioni omosessuali, è ovvio che esse non possono contribuire mediante la procreazione alla continuazione della società. C’è chi dice che potrebbero farlo adottando dei bambini. Ma permettere a queste coppie di adottare figli vuol dire quanto meno privare volontariamente quei bambini della figura paterna o materna (una donna non può sostituire un padre, né un uomo può sostituire una madre). I dati che abbiamo a disposizione finora indicano che i bambini affidati a queste coppie hanno una probabilità molto più alta di soffrire gravi disturbi psicologici, di avere poca autostima, una maggiore propensione alla tossicodipendenza e all’autolesionismo (cfr. S. Deevy, When mom or dad comes out, in “Journal of Psycological Nursing”, 27/ 1989), per almeno i seguenti tre motivi:
a) La già menzionata assenza della figura materna/paterna.
b) La brevità dei legami omosessuali, che si rompono molto più frequentemente di quelli delle coppie coniugate, con o senza figli. A tal proposito i ricercatori David McWirther e Andrew Mattison, essi stessi gay, hanno esaminato (cfr. The male couple, Reward Books 1984) 156 coppie omosessuali, constatando che solo 7 di queste avevano avuto una relazione esclusiva, ma comunque nessuna era durata più di 5 anni. Un’indagine su 150 uomini omosessuali di età tra i 30 e i 40 anni ha mostrato che già a quell’età il 65% di essi aveva avuto più di 100 (cento) partner sessuali (cfr. E. Goode-R. Troiden, Correlates and Accompaniments of Promiscuous Sex Among Male Homosexuals, in “Psychiatry”, 43/1980).
c) Gli omosessuali hanno probabilità molto superiore di avere una salute peggiore, di patire infermità mentali (cfr. E. Rothblum, Depression Among Lesbians, in “Journal of Gay & Lesbians Psycoterapy”, 1, 3/1990; S. Welch e altri, Lesbians in New Zealand, N.Z.J., in “Psychiatry”, 34/2000). Che gli omosessuali corrano rischi maggiori di disturbi psichiatrici lo attesta anche un importante studio (T. Sandfort e altri, Same-Sex Sexual Behaviours and Psychiatric Disorders, in “Archives of General Psychiatry”, 58/2001) condotto su 7076 soggetti in Olanda, dove il clima sociale nei loro confronti è molto tollerante. Inoltre è molto alta la violenza nel mondo omosessuale, con percentuali di suicidi superiori alla media, e le vittime omosessuali di omicidi sono 21 volte di più rispetto a quelle tra gli eterosessuali neri e 116 volte di più di quelle degli eterossessuali bianchi (Cameron e altri, Errors by the American Psychiatric Association, in “Psycological Reports”, 79/1996).
Certo, anche il matrimonio può fallire e non dà una garanzia totale di essere duraturo. Tuttavia è pur sempre l’istituto giuridico che dà le maggiori garanzie, perché, mentre per il matrimonio la fragilità è una forma di patologia, per le altre unioni essa è la norma, come si riscontra dai dati poc’anzi riportati: queste unioni si rompono indubbiamente più spesso di quelle matrimoniali. Se dunque il matrimonio è come un’automobile studiata per funzionare per tutta la vita e che talora si rompe, gli altri tipi di unione sono come automobili progettate per funzionare solo per un certo periodo, dopo il quale si rompono quasi sempre. È vero che lo Stato oggi incentiva anche coniugi che non vogliono o non possono procreare o adottare. Ma uno Stato che controllasse le intenzioni dei coniugi e la loro capacità generativa sarebbe oppressivo. Quel che è certo è che in generale il matrimonio tra un uomo e una donna è l’ambito più adatto per l’educazione e la crescita dei figli.
A chi chiede perché ci sia bisogno di un impegno pubblico alla fedeltà invece che una semplice promessa privata, bisogna ricordare che una cerimonia pubblica rafforza un impegno. Se per arruolarsi nell’esercito o per acquistare un’auto bisogna impegnarsi formalmente, chi si sposa si deve impegnare di fronte alla società a tener fede alle responsabilità che con quell’atto si assume. Inoltre, l’antropologia culturale dice che la ritualizzazione (per esempio la cerimonia nuziale) di un impegno accresce la capacità di tenervi fede.
3. Protezione o privilegio?
Se i membri di queste forme di convivenza si trovano in stato di necessità si possono adottare, dove non esistano già, politiche di aiuto ai singoli in quanto singoli. Ma non alle relazioni, cioè rimanendo nella sfera del diritto privato: vale a dire senza equiparazione giuridica dei conviventi ai coniugati e purché tali aiuti restino sempre diversi da quelli concessi ai coniugi. Tali aiuti, allora, vanno concessi non soltanto ai conviventi di questo tipo, ma anche ai membri di altre relazioni affettive-solidaristiche, di convivenza, di aiuto reciproco, come quelle tra amici, tra un anziano e un parente, tra anziani o religiosi che vivono insieme, altrimenti lo Stato attuerebbe una discriminazione.
Perché mai privilegiare i membri delle convivenze? Forse perché le loro relazioni hanno alla base un’unione sessuale? Se è così, su questa base sarebbe doveroso incentivare economicamente anche la poligamia.
Perché non può bastare la semplice presenza di un rapporto affettivo-solidale, visto che alcuni di questi, pur non essendo basati sull’unione sessuale, sono a volte molto più profondi e duraturi dei rapporti in cui c’è una dimensione sessuale? Del resto, non si può certo controllare se la relazione sessuale dei conviventi sia effettiva o solo dichiarata per godere dei diritti che deriverebbero dai Pacs. Quindi equiparare giuridicamente il matrimonio e le altre unioni darebbe adito agli abusi e alle truffe di chi vuole aver benefici e diritti senza avere alcun dovere. Certo, anche chi si sposa può farlo soltanto con questa intenzione, ma i doveri che il matrimonio comporta con certezza umana e giuridica rendono meno allettanti quei diritti e incentivi.
Naturalmente quanto detto non significa che ai conviventi e agli omosessuali debbano essere negati i diritti fondamentali: essi debbono poter usufruire dei diritti di tutti gli altri uomini in quanto singoli. Ma non dei diritti che lo Stato riconosce alle coppie sposate per il loro contributo alla continuazione della società.
4. Diritto privato
Inoltre – qui mi faccio aiutare dalla bella dimostrazione apparsa nella rivista Sì alla vita (novembre 2005) – , i diritti reclamati per i conviventi dai sostenitori dei Pacs sono già in buona parte garantiti dal diritto privato. Quando muore uno dei conviventi, l’altro può succedergli nel contratto d’affitto, basta che entrambi stipulino il contratto col proprietario. Se i conviventi vogliono che un immobile appartenga a entrambi, basta che entrambi ne divengano acquirenti. Nel nostro ordinamento giuridico c’è già un’intensa protezione del convivente superstite, non in quanto convivente, ma in quanto titolare del diritto umano di abitazione. L’art.6 della L.392/78 ha stabilito, dopo l’intervento integrativo della Corte Costituzionale (n.404/88), che in caso di morte del conduttore, nel contratto gli succedono non solo il coniuge, gli eredi, i parenti, ma anche il convivente.
Questa sentenza ha inoltre stabilito che nel caso di cessazione della convivenza, se sono nati dei figli, l’alloggio può restare al convivente insieme ai figli anche se il conduttore è l’altro convivente. La Corte non ha voluto affatto parificare la convivenza al matrimonio, ha solo tutelato il diritto all’abitazione in generale e quello dei figli in modo particolare. Per questo motivo la Corte (sentenza 559/89) ha deciso che, se l’assegnatario ad un alloggio di edilizia popolare abbandona la residenza attribuitagli, il convivente rimasto nell’alloggio ha diritto a succedergli.
Ancora, è vero che il convivente non è considerato erede dell’altro convivente, ma ciascuno di essi può essere nominato tale, mediante testamento, limitatamente alla quota disponibile. Se uno dei due finisce in carcere o all’ospedale, il convivente può assisterlo ed esprimere il suo parere nelle cure: la legge sui prelievi e trapianti di organi (n.91/99) dispone che all’inizio del periodo di osservazione ai fini dell’accertamento della morte, i medici devono fornire informazioni necessarie al coniuge non separato o al convivente.
E, nel caso di omicidio colposo o doloso, il convivente superstite ha diritto al risarcimento del danno morale (e anche di quello patrimoniale, se è provato che la convivenza era stabile e costituiva un valido presupposto per un’attesa di apporto economico futuro e costante). Infine, nel processo penale la legge esenta dall’obbligo di deporre anche il convivente, che è pure tutelato come il coniuge se viene maltrattato dal convivente ai sensi dell’art. 572 del Codice penale. Certo, la pensione di reversibilità non spetta al convivente: la Corte Costituzionale ha spiegato che essa non è un diritto umano fondamentale (Corte Cost. 461/2000) e che la sua attribuzione esige una certezza di rapporto (anche per evitare frodi e abusi, come si è detto al punto n.3) che solo il matrimonio può dare. Però, anche in questo caso, nel campo pensionistico l’autonomia privata può soddisfare il desiderio dei conviventi mediante polizze assicurative volontarie.
Ci sono poi persone che convivono e rimandano il matrimonio per ragioni economiche: ebbene, la risposta a queste difficoltà non è il Pacs, ma una politica di sostegno alle giovani coppie.
5. Richiesta minima
In effetti, a ben vedere, nei comuni italiani dove sono stati istituiti i registri delle unioni civili, e nei paesi europei dove già esistono i Pacs, la richiesta di iscriversi è stata davvero minima. Per fare alcuni esempi, a settembre 2005 la situazione era la seguente. A Bagheria in due anni e mezzo si è registrata una sola coppia; a Bolzano dopo due anni non si è fatta avanti alcuna coppia; ad Arezzo ne è rimasta registrata solo una; a Pisa le coppie registrate sono 34; a Firenze sono 20; a Scandicci, dove all’iscrizione corrispondono vantaggi di tipo amministrativo, erano 3 e sono scese a 1. In totale, in Italia solo 2000 persone circa si sono iscritte.
Sempre a settembre 2005, in Francia le coppie che hanno scelto i Pacs sono 73mila, ma più di 2.500mila coppie continuavano a convivere al di fuori dei Pacs (quindi meno del 3% di adesioni); in Olanda si sono registrati 6.893 matrimoni omosessuali; in Norvegia 1.293; in Belgio 2.442; in Danimarca 3.200; nella Spagna di Zapatero ce n’erano stati 22 e solo 290 erano in “lista d’attesa”. Come si vede sono numeri irrisori.
6. Svuotare il matrimonio?
Allora perché il tema dei Pacs viene continuamente presentato come un’urgenza nazionale?
Come ha scritto Francesco D’Agostino, uno dei veri obiettivi è consentire agli omosessuali di adottare bambini: se i conviventi vengono parificati ai coniugi non si potrà negar loro, prima o poi, il diritto di adottare.
Ma si può ipotizzare che un altro obiettivo sia svuotare di significato il matrimonio, togliergli ogni attrattiva e farlo scomparire: i Pacs farebbero parte dell’avanzante ideologia radical-libertaria che si fa portabandiera del principio del piacere, che proclama la soddisfazione di ogni pulsione, contrapposto alla logica del dono che caratterizza una buona famiglia.
E si può ipotizzare anche che l’alleanza tra quest’ideologia e una parte (non tutta, ovviamente) della grande finanza, che detiene i mass media, non sia casuale. Il consumismo è favorito dal principio del piacere. Colpire la famiglia, cellula fondamentale di coesione sociale, isola l’individuo e lo rende meno forte e più asservibile all’interesse dei potenti. Infine, le persone sensibili alle pulsioni occasionali sono più facilmente manipolabili e accontentabili mediante la strategia del panem et circenses.


di Giacomo Samek Lodovici


IL DOMENICALE – 23 giugno 2006