40 anni fa moriva un grande italiano

Dal mondo

Guareschi: e succede un \’48

Proprio quarant’anni fa – il 22 luglio 1968 – moriva a Cervia Giovannino Guareschi: aveva solo sessant’anni ma il cuore era malato da tempo, troppe sigarette e troppe notti di lavoro, ma soprattutto troppi dispiaceri. All’Italia aveva dato tantissimo, ricevendo in cambio ingratitudine e galera. Ecco la battaglia dello scrittore e di Candido contro il Fronte popolare che assicurò il mantenimento della democrazia in Italia nelle elzioni del ‘48…

«La storia di questo secolo la si può fare senza chiunque altro ma non senza Guareschi». Indro Montanelli amava le iperboli ed era molto amico di Guareschi: dunque si potrebbe sospettare che la frase sia una sparata del tipico toscanaccio, tesa a esaltare oltre misura un contributo magari significativo ma non così determinante. Per una volta, invece, Montanelli si è attenuto alla reale dimensione storica dei fatti.
«C’è un Guareschi politico cui si deve la salvezza dell’Italia. Se avessero vinto gli altri non so dove saremmo andati a finire, anzi lo so benissimo», dice ancora Cilindro. Il riferimento è ad un preciso episodio, per quanto si possa definire con questo termine riduttivo un avvenimento epocale per l’Italia quale le elezioni del 1948.
Il sillogismo montanelliano è inconfutabile: se in quella consultazione avesse vinto il Fronte popolare, anziché la Democrazia Cristiana, l’Italia sarebbe entrata nell’orbita del Patto di Varsavia, dell’Europa orientale, del comunismo sovietico. Dire che la storia italiana sarebbe stato diversa è una semplice constatazione. E dire che Guareschi fu uno dei principali protagonisti della campagna elettorale grazie a cui la DC batté i social-comunisti è un altro, inoppugnabile dato di fatto.
Nelle elezioni del ‘48, lo scrittore fu anzi tra gli artefici principali della vittoria della DC, insieme all’Azione Cattolica e ai Comitati Civici di Luigi Gedda, braccio ‘militante’ di AC, che vi arruolarono ben trecentomila fedeli, con uno impegno politico forse mai più animato da parte cattolica moderata.
Protagonista della salvezza d’Italia dal comunismo
In quel frangente, l’Italia rischiava non un semplice cambio di governo bensì una rivoluzione vera e propria, seppure mediata dal consenso delle urne. Si tratta, in senso nemmeno troppo metaforico, di non far avvicinare i cosacchi alle fontane di San Pietro: Stalin è alle porte e le sue “divisioni” sono già dentro.
Ecco perché in quelle cruciali consultazioni Candido diventa l’organo satirico ufficiale di parte democratica, come Don Basilio lo è dei frontisti. Dal Candido, ma anche a prescindere dal suo giornale, Guareschi si butta nella mischia elettorale del ‘48 rivelandosi il primo e più efficace “creativo” pubblicitario che la politica italiana del dopoguerra abbia mai avuto.
I successivi spot interpretati da attori, intellettuali e giornalisti non sortiranno un effetto nemmeno paragonabile a quello suscitato dai suoi articoli e disegni, nei quali egli impiega anche l’esperienza fatta come cartellonista durante la sua variegata gavetta (con l’unica differenza, rispetto ad allora, che stavolta presta la sua opera gratuitamente).
In particolare – è questo il colpo di genio guareschiano – due manifesti divennero le icone-simbolo della propaganda anti-comunista. In uno, un elettore viene avvertito dalla scritta: “Nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no”. Nell’altro, lo scheletro di uno dei “100.000 prigionieri italiani non tornati” dalla Russia implora: “Mamma, votagli contro anche per me!”.
L’efficacia di quelle immagini fu tanto chiara agli avversari che essi non si limitarono a strapparli dai muri, ma cercarono di impedirne la stampa e la diffusione e – inutilmente – di controbatterli plagiandoli.
I due direttori del Candido (all’epoca al timone c’è anche Giovanni Mosca) furono ripetutamente minacciati dagli avversari e ricevettero dal beato Ildefonso Schuster, arcivescovo di Milano, l’offerta di rifugiarsi in arcivescovado.
Una vita al servizio della libertà
Per Guareschi, come cerco di raccontare nel mio saggio L’eretico della risata (Costantino Marco, 2001), quelle elezioni non sono un episodio, ma la tappa di un percorso di impegno politico-culturale preciso.
Nel 1946 era intervenuto a favore della monarchia nel referendum istituzionale. Nel 1953 sostenne ancora i monarchici, che ottennero un buon successo elettorale. E sin dall’immediato dopoguerra si affermò come uno dei più feroci fustigatori del partitismo, oltre che come il massimo polemista anti-comunista, venendo condannato per vilipendio del Presidente della Repubblica e finendo in galera per aver attribuito ad Alcide de Gasperi una lettera ritenuta falsa, a seguito di un processo dalla conduzione molto dubbia.
Resta da dire che Guareschi era già stato un umorista molto critico contro il regime fascista sul Bertoldo e una figura di spicco della “resistenza bianca” nei lager nazisti. Per non parlare di Mondo piccolo, la sua opera più universalmente nota, la saga di Peppone e don Camillo, letta e amata da milioni di persone, in Italia e nel mondo.
Ammiratissimo all’estero
A testimoniare l’importanza di Guareschi come protagonista del Novecento non è solo Montanelli. L’ambasciatore americano Cabot Lodge, nel ’48, venne inviato a chiedere consiglio a Guareschi direttamente dal Presidente Harry Truman, la cui stima verso lo scrittore fu apertamente condivisa anche dal successore Ike Eisenhower, che se ne faceva inviare con urgenza il settimanale per aggiornarsi sulla situazione italiana.
E dopo la vittoria elettorale di quell’anno, in Germania uscì il titolo: “Un solo uomo ha messo con le spalle al muro il comunismo: Guareschi”. I giornali francesi e inglesi dedicarono articoli e articoli al “caso” guareschiano.
Life riconobbe il fondamentale contributo dell’“anti-comunist funnyman”, definito come «il più abile ed efficace propagandista anticomunista in Europa». Mentre «colui che più e meglio di ogni altro ha fatto sventolare la bandiera della libertà e della dignità nazionale in Italia» è la definizione che di Guareschi diede un altro ambasciatore americano, Clare Luce, peraltro accolta da Candido al suo arrivo con una corrosiva vignetta, in cui la bandiera a stelle e strisce era effigiata in foggia di lingerie femminile e la didascalia commentava: “Non ci prendono sul serio”.
Dando prova di un notevole sense of humour, l’ambasciatrice diventò una collezionista delle vignette guareschiane e meditò di ridurre i racconti del Mondo piccolo per i palcoscenici di Broadway. L’affinità politica era in realtà molto stretta tra Guareschi e la Luce, alla quale Indro Montanelli si rivolse per chiedere appoggio a una forza para-militare anti-comunista, da approntare se il PCI avesse instaurato una dittatura.
Il Candido… più che un semplice giornale…
Il contributo alla “salvezza dell’Italia” dato dallo scrittore fu da un lato frutto dell’eterogenesi dei fini, dall’altro la tappa di un percorso molto deciso. Non ci troviamo, insomma, di fronte a un episodio fortuito come quello di Gino Bartali, la cui vittoria sulla vetta dell’Izoard al Tour de France dopo l’attentato a Palmiro Togliatti ha in qualche modo evitato – secondo molti, fors’anche secondo un’iconografia un po’ romantica – il rischio di una rivolta armata. «Ci salvarono le zie, Don Camillo e Bartali» è il divertente titolo di un articolo di Ideazione sulle elezioni del ’48.
Il testimone e il frutto principale di quest’impegno è, come accennato, il Candido. A sentirla oggi, in un’epoca in cui è più facile imbattersi in editori “impuri” o improvvisati che in talent scout, quella del settimanale guareschiano sembra una storia inventata.
Andrea Rizzoli, il più importante editore di giornali d’Italia, aveva mandato personalmente il figlio, nel luglio del 1936, perché arruolasse il sottotenente Guareschi, allora disoccupato e poco conosciuto, in una sua testata di imminente pubblicazione: il Bertoldo.
In quella palestra diretta da Metz e Mosca lavorava il gotha dell’umorismo italiano e non: tra gli altri Manzoni, Mondaini, Marcello Marchesi, Walter Molino e Saul Steinberg, poi esiliato per le leggi razziali.
Con l’assunzione al Bertoldo comincia il rapporto tra Guareschi, i Rizzoli e la Rizzoli, da allora e per sempre la sua casa editrice. L’aneddoto appena citato si ripete quasi identico al ritorno dal lager, dove Guareschi ha subito una deportazione durissima e lasciato diversi commilitoni e 40 chili di peso, quando l’editore va a cercare il suo pupillo “per parlare del nostro giornale”: Candido.
In realtà, Candido sarà soprattutto il giornale guareschiano: l’anima di Candido è lui, tant’è che il condirettore Mosca dopo qualche tempo e qualche dissidio lo lascerà.
La compagine giornalistica e artistica, comunque, non è da meno della precedente. Tra vecchi collaboratori bertoldiani e nomi nuovi, si contano tra i tantissimi (e facendo un grave torto agli esclusi) Manzoni, Mondaini, Metz, Marchesi, Molino, Pietrino Bianchi, Oreste Del Buono, Nino Nutrizio, Giorgio Pillon, Giorgio Torelli, Enrico Mattei, Leo Longanesi, Indro Montanelli, Giorgio De Chirico, Giorgio Pisanò, Piero Buscaroli, Castellano e Pipolo, Franco Cangini, Carlo Delcroix, Lucio Lami, Cesare Marchi, Achille Campanile, Nando Martellini, Jader Jacobelli, Domenico Fisichella, Natalia Aspesi e Oriana Fallaci (sotto pseudonimo).
Mentre alcuni collaboratori restano legati al vecchio umorismo, ormai inadeguato all’Italia post-bellica, oppure, se animati da nuove idee, finiranno per portarle su altri giornali, Guareschi farà del Candido la punta più acuminata della satira e della polemica politica nazionale.
Basti un solo esempio, in apparenza secondario: è lui il Forbiciastro che firma quel “Giro d’Italia”, avviato sempre al motto “qui in Italia va tutto bene”, con il quale si conduce il lettore tra le magagne italiane tramite le citazioni di altre testate. Nasce così un genere – la rassegna stampa commentata – che successivamente in moltissimi avrebbero utilizzato.
Ma i tempi cambiano…
Per evitare nostalgie agiografiche, va anche raccontato come Candido morì. Dal 1957 Guareschi continuava a esserne il motore ma aveva lasciato ad Alessandro Minardi la direzione responsabile. Nel 1961 però Guareschi rassegna le dimissioni, a seguito di una lite con la regia e con la Cineriz, la produzione dei suoi film, e Angelo Rizzoli ne approfitta per chiudere il giornale e così grattar via una rogna politico-editoriale per lui ormai insopportabile.
Siamo a quell’“apertura a sinistra” della casa editrice che Gianna Preda stigmatizzerà in una celebre “Lettera aperta” uscita sul Borghese, il giornale che in parte erediterà la funzione politica del Candido e che infatti qualche tempo dopo accoglierà Guareschi, ma in un rapporto di collaborazione molto più distaccato.

di Marco Ferrazzoli
Radici Cristiane  n. 33 – Aprile 2008

In allegato al quotidiano LIBERO esce il libro di Paolo Gulisano "Quel cristiano di Guareschi" da ordinare presso il proprio edicolante